Intervista con Farouk Abd Alla, per la prima puntata di Soccer Illustrated di calcio e Ramadan

Tommaso: Siamo con Farouk Abd Alla, 20 anni, al secondo anno di ingegneria gestionale al politecnico di Milano, dallo scorso ottobre ricopre il ruolo di presidente della sezione milanese dei Giovani Musulmani d’Italia. Senti adesso si avvicina un periodo molto importante per i musulmani ossia il mese di Ramadan, puoi spiegarci un po’ di cosa si tratta, da dove viene e se è legato a qualcosa ?
Farouk: Allora il mese di Ramadan è uno dei 5 pilastri dell’Islam, è un mese molto importante per tutti i musulmani perchè, oltre a digiunare dall’alba al tramonto dal punto di vista di acqua, cibo, rapporti sessuali e via dicendo, è anche un digiuno interiore e comportamentale, cercando così di astenersi dalle varie azioni negative che si compiono normalmente. È il mese del Corano, quello in cui i diavoli vengono rinchiusi all’Inferno e le porte del Paradiso sono aperte, è un mese in cui ogni azione buona o cattiva vale di più. Per il musulmano è quindi un’occasione che capita una sola volta l’anno e da sfruttare con cura.
T: Oggi più che mai vediamo molti giocatori musulmani che scelgono di praticare il digiuno anche nel bel mezzo di grandi tornei come mondiali e simili, ma uno sportivo quando inizia questo mese secondo te non ne risente ? Magari puoi anche raccontarci la tua esperienza personale
F: Io ricordo che ci son stati diversi anni in cui il periodo in cui giocavo a calcio coincideva con il Ramadan, addirittura un anno coincideva con la preparazione estiva, particolarmente pesante perchè è quella che ti consente di affrontare tutta la stagione. Però io mi ricordo che tutti gli anni pensavo di non farcela, di fare troppa fatica, con mia madre che mi diceva di fermarmi. Con i miei allenatori però stabilivamo che mi sarei allenato come tutti gli altri, ovviamente a ritmi più blandi, però sempre con costanza e non so veramente come, forse con la forza della fede, ma riuscivo a stare sempre al ritmo degli altri. Poi quando arrivava il tramonto avevo la licenza di andare nello spogliatoio, rifocillarmi con un po’ d’acqua e qualche dattero e tornavo sul campo. Poi l’iftar (la rottura del digiuno) la facevo la sera a casa
T: Che squadra tifi ?
F: Sono nato a Milano, qui ci sono 2 squadre: Il Milan e la sua primavera
K: In Egitto invece ?
F: Non seguo molto il calcio egiziano, anche se mio padre tifa l’Al-Ahly (Il club più titolato del mondo), però ho seguito molto la nazionale durante la Coppa d’Africa
T: Se ti dico Aboutrika ?
F: Il centrocampista più forte della storia africana ed egiziana
T: Sulla storia africana sono solo in parte d’accordo, però Aboutrika lo sappiamo, è molto di più, sia dal punto di vista calcistico che politico, poi oltre a lui di davvero grande c’è solo Mido
F: Si, poi l’unico altro che mi viene in mente oltre a loro è Zidan
T: Però Zidane non è egiziano
F: No, ma io intendo Mohamed Zidan, quello senza la “e” finale, è egiziano, ha giocato con il Dortmund, Werder e Amburgo, poi ha vinto anche 2 coppe d’Africa e una Bundes, era molto forte, se vai a vedere era anche nell’Egitto che in Confederations cup giocava contro l’Italia, era il compagno di ruolo di Aboutrika, poi non so che fine abbia fatto
T: Tu fai parte di un’associazione che è sviluppata a livello nazionale, parlaci un po’ di quest’associazione, di come si lega con i giovani, se state facendo qualcosa con i migranti ad esempio
F: L’associazione si chiama Giovani Musulmani d’Italia, è presente su tutto il territorio italiano, da Bolzano a Reggio Calabria ci sono circa 48 sezioni e gruppi ufficiali, ciò che fa è semplice, è un luogo di aggregazione per i giovani di seconda generazione di fede islamica, era nata nel 2001, un periodo non particolarmente semplice…
Purtroppo al giorno d’oggi non è semplice chiamarsi Osama, Mohamed o Fatima, essere musulmano e magari originario di un altro paese. Questo può essere motivo di disagio, ti può far sentire diverso, ti puoi sentire emarginato, puoi avere anche delle difficoltà perchè magari sei l’unica nella tua classe o nella tua squadra che prega o fai comunque tante cose che ti posson far sentire diverso. Il Gmi vuole essere un luogo di aggregazione per tanti giovani con dei problemi simili, così facendo ci si può aiutare l’uno con l’altro. Poi una volta entrati ci sono varie attività, dallo sport, al divertimento, a chi vuole accrescere le sue nozioni da un punto di vista sociale o culturale, anche religioso. Diciamo che nei limiti della correttezza islamica il Gmi fa un po’ di tutto. Abbiamo anche partecipato alla manifestazione Milano Senza Muri, per esprimere la nostra vicinanza a quei milioni di persone che ogni giorno partono o sbarcano solo per permettere ai propri figli di godere di un futuro migliore, semplicemente perchè son nati dall’altra parte del Mediterraneo o in contesti più sfortunati. In passato abbiamo lavorato anche in Stazione Centrale con i profughi siriani, facevamo una sorta di aiuto umanitario, portando coperte, beni di prima necessità e aiutandoli con la lingua. Facciamo anche manifestazioni per il dialogo inter-religioso come ad esempio con la comunità di Sant’Egidio o anche semplicemente pulire la città. Insomma vorremmo non solo stare bene fra di noi, ma che anche i nostri concittadini di fede non islamica ci conoscano e conoscano cos’è l’Islam in maniera fresca e giovanile, senza impegni
T: Senza nemmeno essere una di quelle associazioni esclusivamente religiose, perchè m’immagino un ragazzo di 16 anni a cui dici di non andare a ballare per sentire lo shaikh (sapiente di Islam), magari ti guarda male. Mentre se lo inviti a far 2 chiacchiere, a conoscere ragazzi normali e che vivono la sua stessa situazione magari è più invogliato
F: Esatto, in questo modo poi si riesce a salvaguardare di più la sua identità, perchè quello che si rischia in questi casi è che una certa durezza religiosa possa far allontanare i giovani, invece noi cerchiamo di condividere in maniera giovanile, insieme e da pari, la stessa fede
T: Un giocatore con una situazione simile a questa è Stefan El Shaarawy che sta finendo la stagione a Roma in maniera gloriosa, che cosa ne pensi di lui ? Alla fine ha una situazione simile, italo-egiziano, musulmano, diciamo che è un prototipo perfetto
F: Per me è un giocatore particolare, un figlio come me di due culture che ha fatto parte della nazionale italiana. È già di per se una cosa molto bella perchè il poter giocare per la nazione a cui senti di appartenere è un modo per non sentirsi un italiano di serie B, quanti ragazzi che magari sono nati e cresciuti qui per la ius soli bloccata in parlamento non possono giocare in nazionale solo per un foglio di carta che cancella tutta la loro storia.
T: Si, alla fine ti senti anche meno italiano, io ad esempio ho un amico che mi diceva che aveva qualche rogna a pagare la casa perchè lui da un punto di vista tecnico è un cittadino egiziano, frall’altro non può nemmeno tornare giù perchè altrimenti dovrebbe fare il servizio militare, sono problemi di tutti i giorni
F: Esatto, poi noi non ci pensiamo perchè abbiamo passato quella fase e io sono nato cittadino italiano, però anche banalmente un ragazzino, che non può andare in gita scolastica all’estero perchè non ha la cittadinanza italiana, questo fa molto nella sua testa, nella sua psiche. Il fatto di sentirsi diverso, emarginato, può davvero compromettere la sua crescita, poi magari quello è un episodio di tanti che vanno a sommarsi e magari lo portano a non sentirsi più parte di questa società, ad isolarsi, magari anche ad estremizzarsi. Quindi invece di diventare utile per l’Italia diventa non indifferente, bensì controproducente, fa specie tutto ciò
T: Oltre a Stefan El Shaarawy ci sono altri esempi, altre realtà come ad esempio Germania e Inghilterra, che son già avanti, cosa ne pensi ?
F: Si loro mi spiace dirlo ma sono anni luce davanti all’Italia, basta vedere anche i giocatori musulmani come Mustafi, Özil, Khedira o la Francia addirittura
T: Ecco un argomento che volevo toccare, perchè la nazionale francese è fatta quasi solo da giocatori che, se non sono musulmani, sono di origine africana, però lì le cose sono un po’ diverse
F: Si, ma di Germania e Inghilterra è bello vedere l’eterogeneità legata sotto i propri colori, il sentirsi parte di una nazione, poi c’è chi è bianco, chi nero, chi di origini turche e musulmano, chi è di origini africani ed è cristiano o anche ateo. Eppure tutti giocano per il bene della Germania, mostrando così in piccola scala quello che dovrebbe esserlo in grande. Si dice che “il calcio è espressione dei popoli”, infatti è questo il motivo per cui è così popolare, in ogni angolo del mondo in cui andrai troverai sempre un ragazzino che tira un calcio al pallone. Poi quando giocano le nazionali, magari ci sono i mondiali, anche chi non lo segue s’informa, tifa la propria nazione e festeggia in caso di vittoria, magari il mondiale di basket non sanno nemmeno che c’è, però il calcio da nord a sud, da est a ovest, dall’Islanda al Sudafrica, tutti seguono il calcio, tutti seguono il mondiale. In quel momento sia tifosi che calciatori si pongono solo un obiettivo, cooperare affinchè la Germania possa vincere. La giusta metafora di ciò che dovrebbe essere nei propri confini nazionali
T: Adesso ti faccio una domanda un po’ cattiva: ad un certo punto la Francia in Sudafrica andò molto male e, oltre a mettere in croce Domenech, accusarono molto i giocatori che secondo loro non rappresentavano la Francia con le loro origini variegate e tanto diverse fra di loro, poi con gli ultimi Europei e Mondiali hanno pareggiato i conti, ma tu cosa ne pensi di questo fenomeno ?
F: Tu dici che il popolo francese non voleva una nazionale a maggioranza straniera ?
T: Si, chiaro se vinci hai sempre ragione, ma l’Inghilterra che storicamente va male non ha mai avuto rogne di sto tipo
F: Allora, io non conosco la realtà francese, però conosco un po’ il modo di fare della gente. Io non voglio credere che la maggioranza dei francesi la pensi così, però la Francia ha una storia che comprende anche le Banlieu parigine che conosciamo fin troppo bene per la cronaca ad esse legata, di sicuro lì l’integrazione sembra che in alcuni casi non abbia funzionato, perchè ancora oggi dopo tante generazioni il francese di origine straniera si sente legato alle proprie origini e questo lo ha in avversione alla Francia, non per amore della terra dei propri padri. Tutto questo mi fa riflettere, noi paradossalmente in Italia siamo uno snodo, possiamo scegliere se essere la nuova Francia o la nuova Germania
T: Perchè dici questo ? Io ad esempio da questo punto di vista non sono molto d’accordo, avendo scritto molto di calcio francese ed essendo stato spesso a contatto con abitanti di ex-colonie francesi, m’accorgo che in realtà l’Italia è un po’ diverso. Mentre le Banlieu sono proprio un muro, una sorta di frontiera interna alla Francia, le periferie italiane non sono a questi livelli
F: No, effettivamente ho esagerato perchè non ho mai vissuto la realtà francese, però siamo comunque ad uno snodo, legato allo ius soli, alle politiche d’integrazione e alla possibilità di costruire luoghi di culto. La comunità islamica in Italia conta 2 milioni di persone e il fatto non gli venga riconosciuta nemmeno la possibilità di pregare può incattivire i giovani, poi fortunatamente il popolo italiano è accogliente, caldo e generoso, l’Italia stessa per la sua storia è sempre stata vittima di mille invasioni e tanti italiani favoriscono l’integrazione. La politica poi molte volte non è espressione della maggioranza e rischia in certi casi di avere una deriva come quella francese, anche se siamo ben lontani bisogna stare ben attenti. A volte anche cose piccole come i “buu” negli stadi possono fare tanto
T: Nella tua esperienza pratica ti sono mai capitate situazioni in cui ti sei sentito molto accettato o al contrario rifiutato per le tue origini e costretto a rifiutarle ?
F: Io forse sarò un caso ma non ho mai avuto episodi di discriminazione, mi son sempre sentito molto accettato, forse perchè vengo da un paesino piccolo e quindi il fatto di conoscersi tutti ha eliminato ogni possibilità di discriminazione, non ho mai sentito il peso di essere sia egiziano, sia musulmano
T: sia italiano
F: Esatto, ho sempre trovato, soprattutto a scuola, professori che hanno saputo valorizzare come ricchezza le mie diverse origini e culture e ciò mi ha permesso di portarle meglio e con più  orgoglio, mi sentivo ancora più ricco perchè le conoscevo, le rispettavo ed erano entrambe parte di me, quindi io ero, non solo più povero, ma più ricco degli altri. Poi con il Gmi ho avuto l’opportunità di vivere al massimo ciò che sono realmente e non ho mai trovato nemmeno difficoltà a scegliere quale essere, perchè io sono al 100 % entrambe. Non devo scegliere di essere qualcuno, io sono qualcuno.
T: Ad un  giovane di seconda generazione che si appresta ad intraprendere una carriera sportiva, che consiglio daresti ?
F: Gli consiglierei di lanciarsi, senza paura, lo sport, soprattutto quello di squadra è un modo per aprirsi, per migliorarsi, per cancellare ogni paura e aver fiducia nel tuo compagno, il calcio è qualcosa da consigliare sempre perchè non può che far bene, io ad esempio da piccolino ero molto timido, è grazie al calcio che sono quello che sono. S’impara ad essere una squadra condividendo i momenti di gioia e di difficoltà, anzi dagli ultimi s’impara ancor di più perchè si capisce come rialzarsi, la parte più importante. Lo sport, non è una frase fatta, può davvero essere uno strumento per veicolare i messaggi positivi, bisogna far sempre spogliatoio.
T: In un certo senso è anche lo spirito del Gmi: una squadra dove non sentirsi più ultimi ma dove tutti possono, anzi devono, imparare perchè l’esperienza serve per quello. Il Gmi è una squadra di calcio più grande dove s’insegnano dei valori, non si gioca a calcio ma si gioca nella vita reale, facendo dei dribbling alle difficoltà e riuscendo a mantenere le proprie scelte prese senza timore di nessuno
F: Hai fatto la metafora giusta, magari uno dicendo direttivo ecc… pensa che sia qualcosa di deciso dall’alto, invece è proprio una squadra, dove ognuno ha il proprio ruolo e i propri compiti ma non è inferiore a nessuno, dove un Kakà è fondamentale quanto un Gattuso. È il mettere a disposizione ciò in cui si è bravi, perchè solo facendo così si riesce a vincere e a raggiungere risultati altrimenti impossibili. Solo così si crescerà tutti insieme per il bene comune
Grazie mille a Farouk per l’intervista, vi aspettiamo domani con un’altra puntata di calcio e Ramadan