Casa Maldini si tinge ancora d’azzurro. Dopo Cesare è il turno del figlio Paolo che prende il posto di Oriali prossimo al ritorno sotto la Madonnina. Ormai è ufficiale: i giocatori entrati negli “-anta” non sanno stare lontani dal campo.

Se c’è una cosa che di sicuro non vedrò mai nella mia vita è la pensione. Per noi nuove generazioni la pensione è come un pozzo d’acqua nel deserto per un tuareg, ovvero un miraggio. Per noi la pensione sarà una bella storia da ricordare o da raccontare in futuro ai nostri figli e ai nostri nipoti. Che poi quanto sono fortunati i pensionati. Si alzano in tarda mattinata, mettono la dentiera, vanno a rompere le palle alla gente che si fa il mazzo nei cantieri, passano il pomeriggio davanti alla televisione per sentire i discorsi sui massimi sistemi di Barbara D’Urso, cenano con orario conventuale, posano la dentiera nel bicchiere e vanno in letargo per minimo dieci ore.
L’ultimo dei pensionati (che fa molto titolo da colossal americano) è il mitico Francesco Totti che, purtroppo per noi, ha trovato il chiodo dove appendere gli scarpini. Ilary Blasi, oltre a badare ai bambini, deve cercare di tenere d’occhio anche al marito per evitare che cada in depressione post-ritiro. A Roma i cantieri non mancano e le buche da tappare sono tante. Ma la povera Ilary potrebbe avere bisogno per le mansioni casalinghe e allora il Pupone passerebbe dal cucchiaio dagli undici metri, al mestolo in cucina. Una cosa è certa, non bisogna farlo sedere sulle panchine con gli altri pensionati, di panchina negli ultimi tempi ne ha fatta troppa!

Tutti a dar da mangiare ai piccioni, tranne Paolo Maldini

Ma come tutte le regole, l’eccezione che le conferma si trova dietro l’angolo. Questa eccezione si chiama Paolo Maldini, che ha fatto la sua prima coda agli uffici Inps subito dopo essersi congedato dal terreno di gioco al Franchi di Firenze, il 31 maggio 2009, dopo la bellezza di venticinque anni di contributi accumulati solo con la maglia rossonera. Paolo di cantieri non ne volle sentir parlare, come non volle sentir parlare nemmeno di panchine, ambienti per lui totalmente inesplorati in carriera.
I pretendenti per lui furono tanti. Ancelotti avrebbe voluto portarlo in villeggiatura come suo vice in quel di Chelsea, ma era una cosa troppo da vecchi per un giovane quarantunenne. Ci pensò quindi il suo Milan a cercare di tirargli un po’ su il morale, offrendogli la possibilità di tornare a giocare nella stagione 2009-2010 per i troppi infortuni nel reparto arretrato rossonero. Totti un’opportunità così non se la sarebbe lasciata sfuggire, ma Maldini riconobbe che, dopo dieci mesi senza allenamento, non poteva accettare la proposta. Finalmente nel 2015, Paolo trovò il suo passatempo da pensionato a Miami, dove, insieme a Riccardo Silva, fondò il Miami F.C., unico club calcistico professionista della città della Florida.

La storia siamo noi, anzi la storia è Maldini

Insomma a Maldini piace fare la storia; lo ha fatto da calciatore e lo ha voluto fare anche da pensionato. Ho usato un passato perché ora Paolino non è più a Miami ma in Italia, anzi nell’Italia. Tavecchio lo ha voluto fortemente come team manager degli azzurri di Ventura, per sostituire Lele Oriali, che, dopo aver risanato la nazionale insieme all’ “agghiacciande” mister “Conde”, è stato costretto ad andare a fare il dirigente senza frontiere nella sottosviluppata società interista. Nepotismo “maldiniano” a Coverciano? Assolutamente no, il nome Maldini è da sempre sinonimo di qualità per il calcio italiano, e poi Paolo sembra destinato a rivivere fedelmente la carriera di Cesare; quest’ultimo però, a differenza del figlio, oltre alle “maldinate” vanta in curriculum due anni da commissario tecnico azzurro.

Ma per Paolo non c’è fretta, alla soglia dei cinquant’anni ha ancora una vita davanti. Se la tradizione di casa Maldini è destinata ad avanzare, allora il prossimo sarà Christian, che però, più che la stoffa del campione, ha la stoffa della pippa, come ha dimostrato negli ultimi tempi. Ma l’epoca di Christian forse non è ancora arrivata perché Paolo si sente ad oggi il giovane di casa Maldini. Insomma aveva ragione il povero Zeman quando diceva che i calciatori erano dopati, l’effetto sui calciatori nati negli anni ’70 si chiama sindrome di Peter Pan!