59 anni fa in Svezia un diciassettenne con la pelle scura e il dieci sulle spalle si prendeva il palcoscenico globale, contribuendo con una doppietta nella finale di Solna al primo storico trionfo del Brasile in Coppa del Mondo. Il suo nome? Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé.

Epifania (dal verbo greco ἐπιφαίνω, epifàino, “rendersi manifesto”) è la parola con cui in teologia si definiscono le manifestazioni del divino. Tradizione vuole che il 6 gennaio Cristo, il Re dei re, sia stato riconosciuto per la prima volta come tale dai Magi e per questo quel giorno ha valore di festività sacra per tutta la Cristianità.
Se il calcio, come i più ostinati pallonari sostengono, fosse davvero una religione e i grandi campioni le sue divinità, il giorno più indicato per celebrare una solennità di questo tipo sarebbe di certo il 29 giugno, il giorno del 1958 in cui Pelé, ad appena 17 anni, venne riconosciuto da tutti come O Rei do Futebol.

La nazionale più amata

Il Brasile del ’70 è ricordato ancora oggi come la nazionale di calcio più forte di sempre, ovunque e da tutti forse, tranne che dai brasiliani. Perché se è vero che la prima volta non si scorda mai, la prima Seleção ad alzare al cielo la Coppa del Mondo (quella del ’58 dunque) in un paese in cui il calcio è tutto tranne che solo un gioco, non può che essere la più amata. E allora non è raro, ancora ai giorni nostri, in un café di Rio de Janeiro anche da chi allora di certo non era nato, sentire pronunciati i nomi degli eroi di quella Coppa: il portiere Gilmar, Djalma Santos e Nilton Santos, due terzini come mai se ne erano visti prima, il capitano Bellini e Orlando centrali difensivi, Zito in mediana, Zagallo, futuro CT campione del mondo, ala sinistra e infine Didi-Vavá-Garrincha-Pelé, i quattro nomi che ogni bambino brasiliano da allora ad oggi impara prima e meglio di qualsiasi filastrocca.

Schierati in campo da Vicente Feola con il 4-2-4, mistico modulo del calcio sudamericano, i verdeoro si presentarono alla finale di Solna contro i padroni di casa da favoriti assoluti, dopo aver segnato undici gol nelle precedenti cinque partite, subendone solo due dalla Francia del capocannoniere del torneo, Just Fontaine, autore complessivamente di 13 gol, record tuttora imbattuto per la fase finale di un Mondiale.
Come da pronostico, in finale, nonostante il vantaggio svedese siglato da Liedholm al 4′ minuto, non ci fu partita. Troppo forte era quel Brasile e troppo forte era Pelé, che, dopo la doppietta di Vavà, suo partner d’attacco, si inventò al 55′ quello che ancora oggi dalla FIFA viene ricordato come il più bel gol mai siglato nella finale di una Coppa del Mondo, e ne segnò poi un altro al 90′, arrivando così a sei in quella competizione, dopo che Zagallo e Simonsson avevano portato le squadre sul 4-2, entrando così una volta per tutte nella leggenda.

Pelé e la Storia

Dire qualcosa che di Pelé non sia già stato detto è praticamente impossibile. I mille e più gol, l’eterna rivalità con Maradona e il mitico Santos che con lui come frontman girava il mondo e aveva addirittura il potere di far cessare le guerre, come accadde in Nigeria quando nel ’67 due fazioni rivali nella Guerra civile che lacerava il paese stabilirono una tregua di 48 ore per vedere O Rei scendere in campo a Lagos. Non è solo calcio, è Storia del ‘900. Una storia cominciata con uno stop di petto, un sombrero a scavalcare Gustavsson e un tiro al volo al 55’ della finale della Coppa del Mondo, il 29 giugno del 1958 a Solna, in Svezia.