Nomen omen: che la si chiami Champions League o ancora Coppa dei Campioni, ormai viene alzata solo da team di altissimo livello, inzuppati di top player e dal preciso identikit.

La difesa a 4, l’assortimento nei centrocampisti utilizzati e gli esterni alti “rovesciati” (mancino a destra e viceversa), oltre ad un’età media mai troppo alta, sono le più palesi costanti tra le ultime regime di coppa.
Sullo schieramento difensivo a 4, in attesa di smentite (dal Chelsea di Conte o magari dal City di Guardiola?), zero incertezze: centrali che mescolano fisicità e/o rapidità e discreta tecnica più esterni di buon piede e facilità di spinta sono sempre stati indispensabili.
Bayern Monaco 2013 (Lahm-J.Boateng-Dante-Alaba), Barcellona 2015 (D.Alves-Pique-Mascherano-J.Alba) e Real Madrid 2014, 2016 e 2017 (Carvajal-Varane o Pepe-S.Ramos-Marcelo) non lasciano alcun dubbio.

L’importanza del pivot

A garantire che le (per la verità sovrastimate, negli effetti negativi finali) pecche in marcatura di più d’uno dei citati difensori non divenissero ostative del successo finale hanno sempre pensato le sentinelle in corsa del centrocampo, che sono state la meno glamour ma anche la più funzionale e machiavellica chiave tattica delle ultime squadre padrone.
Negli anni vincenti, il sottovalutatissimo e prezioso Casemiro degli ultimi trionfi Blancos, il non simpatico ma pivotale Busquets blaugrana o lo Javi Martinez del Bayern 2013 hanno soprattutto schermato (con sostanziosi benefici generali) le rispettive terze linee, tanto da rendere oggi pretenzioso e ai limiti dell’illusorio pensare di poter alzare la coppa senza schierare un giocatore con quelle caratteristiche.

Box to box

Di fianco al centrale di spiccate attitudini alla copertura c’é sempre stato un box to box di provata resistenza e di buona (e a volte eccellente) tecnica: da Schweinsteiger a Kroos, passando per Rakitic che nel 2015 e ha sostituito nella titolarità Xavi e ha iniziato a modificare il dna del tiki-taka. Il fatto che il Barça pensi ora a Verratti, mezzala pura, e il Bayern a Tolisso, da affiancare ad Alcantara e Vidal, non é per nulla casuale.
A completare il centrocampo delle vincitrici é sempre stato un creativo dall’assist facile (Modric) o dal tocco fatato (Iniesta). Capolavoro tattico è stato quello di Ancelotti, che nel 2014 ha aggiunto addirittura Di Maria a Modric perché sapeva di poter contare ad occhi chiusi sui movimenti antispiffero di un in quel momento ancora fresco Khedira.
Varianti ce ne sono state, ma limitate. Il reparto di centrocampo del Bayern 2013, per esempio, ha potuto supportare una seppur mobile seconda punta (T.Müller) aggiunta centralmente al centravanti (il Mandzukic inzia-pressing e apriscatole del 2013) solo con esterni che fossero attaccanti nella qualità ma centrocampisti in più di un compito: Robben e Ribery.

Meglio farlo a tre

E l’attacco? Meglio farlo a tre. In avanti la qualità spaventosa della MSN (Messi-Suarez-Neymar) o della BBC (Bale-Benzema-CR7), al di là della classe, ha anche sempre evidenziato il mancino a destra e viceversa… Con letali spazi per tutti. Idem per Robben e Ribery intorno al bomber, seppur (come detto) con predisposizioni differenti.
Variante di successo, per la BBC, é stata nel saper compensare (e lì bisogna dir bravo anche a Zidane) la lunga assenza nel 2017 di Bale con Isco, illuminato e mobile trequartista centrale di un ubriacante 4-3-1-2 confezionato su misura dei giocatori. Il tutto, sottolinearlo si deve, proprio nel momento in cui il pur vivargenteo CR7 ha deciso che, per restare letale a 32 anni, deve fare qualche progressione in meno sulla fascia e (come certificano le heat maps) scatenare più spesso al centro la propria potenza di fuoco. Che resta mostruosa, come raccontavano le smarrite facce della BBBC bianconera a Cardiff.

Alla ricerca di cervello

Una sola vince la Champions ogni anno, certo, ma ultimamente quelle che vincono hanno parecchie somiglianze… che non sono solo nel fatturato e nel blasone europeo, ma nelle scelte e nella ampiezza di alternative: lezioni da campioni da tenere a mente.
A tutto questo deve pensare ad esempio la Juventus, che ha forse sovrastimato le eliminazioni di altre favorite (Real nel 2015 e Barcellona quest’anno) affrontate entrambe non nel loro momento migliore, per rompere l’incantesimo che all’ultimo atto la priva troppo spesso di quanto vorrebbe (e forse meriterebbe di) acciuffare.
Pensare che l’adattato (in quanto, di suo, naturale mezzala in un reparto a tre) Pjanic e l’adesso over 30 Khedira possano sempre sostenere in due la dispendiosa impalcatura del 4-2-3-1 appare poco realistico e velleitario, contro certe corazzate.
Anche affiancando alla HD Higuain/Dybala – in un 4-4-2 alias 4-4-1/1 alias 4-2-3-1 – Cuadrado a destra e Douglas Costa a sinistra, poi, non é garantito che l’auspicabile avvicinamento alla porta di Dybala eviterebbe – in una perversa eterogenesi dei fini – i rischi di ridurre proprio gli spazi di cui Higuain si era invece giovato a Napoli in un 4-3-3 (che favoriva anche le sortite di Hamsik) in cui tutti giocavano di fatto per lui.
Senza contare che un destro a destra e un mancino a sinistra tenderebbero a rendere un po’ più prevedibile la pur minacciosa rifinitura finale: il cross dalle fasce.
A conti fatti la Juventus, invece di collezionare altri podisti e mediani, dovrà (oltre che svecchiare e rendere più scattante il reparto difensivo) alzare l’asticella dei propri centrocampisti e diversificarne il tipo.
Completando la rosa con un cervello (fosse pure una mezzala: ma con Verratti al Barça sarebbe dura trovare un altro di quel livello), un incontrista centrale (Kanté sarebbe l’ovvio, ma assai difficilmente acquisibile) e una mezzala di un certo peso (N’Zonzi? Non male, ma suona come tardivo pentimento per la forse non inevitabile cessione di Pogba).

“Una cosa fatta bene può sempre essere fatta meglio”

Allegri – ora a scadenza 2020: davvero tutti convinti? – avrebbe in quel caso un reparto capace di coprire, palleggiare e verticalizzare risparmiando molti tempi di gioco in più e riducendo i troppi passaggi all’indietro contati anche quest’anno.
Gli orizzonti aperti da un centrocampo finalmente completo – fisicamente forte e capace di strappi, ma anche tatticamente sagace e tecnicamente esuberante – potrebbero forse essere davvero di gloria.
Il ragionamento vale anche per Napoli e Roma, dal gioco più fluido e più divertente ma con ancora molta strada da fare in termini di caratura e di esperienza internazionale.
Tornando alla Juventus, certe mosse saranno sempre una condizione certamente non sufficiente, ma altrettanto certamente resteranno necessarie… O almeno questo sembra suggerire l’albo d’oro recente della coppa dalle grandi orecchie.
Le scelte del centrocampo, come detto decisive, dovranno essere rapportate anche con lo schieramento dell’attacco. Allegri non lo ha molto nelle corde, ma perché non provare un 4-3-3 con il veloce e imprevedibile Dybala a “fare il Messi” prima maniera, che tagliava spesso dalla destra verso il centro?

Un “però” in casa Juve

Un modulo di quel tipo potrebbe giovare anche all’ovvia prima punta Higuain (stimolato dalla concorrenza di Mandzukic, che dopo un anno di sacrificio merita di essere riportato al suo ruolo. Schick? Si farà un altro anno altrove, molto probabilmente) e al terzo uomo d’attacco esterno (tipo di giocatore da prendere: da Hazard a Reus… Ma senza escludere un Bernardeschi) in attesa del pieno recupero di Pjaca.
Con un assetto più definitivamente “europeo”, il ciclo bianconero avrebbe più chances di completarsi con l’agognato successo in Champions: senza di esso, anche il comunque già storico ricordo dei sei scudetti consecutivi non sarà mai del tutto privo di un “però” amaro per il fan bianconero più esigente.
Quel tipo di appassionato che ricorda che “vincere non é importante, ma é l’unica cosa che conta”, ma che ha anche stampato nell’animo l’ineludibile sentenza di Edoardo Agnelli, evidenziata anche al J-Museum, per la quale “una cosa fatta bene può sempre essere fatta meglio”.