[Parole di Edmondo Lubeck]

Sulle terraces ovviamente non c’erano solo frange violente, ma anche tifosi che chiameremo Normali. I Normali si vestivano con i classici indumenti da inglesotto paraculo: maglioncino Ben Sherman,  polo Fred Perry, cardigan Stone Island, berretti e coppole; senza dimenticarsi le classiche camice a quadretti sotto i maglioni.

Negli anni ’80 la situazione sulle gradinate inglesi era una: violenza dilagante, ovunque. Perciò la polizia corse ai ripari, arrestando a campione, anche in maniera massiccia, ragazzi 

che portavano indosso i colori sociali della propria squadra del cuore. A quel punto, gli hooligans inglesi adottarono uno stratagemma. Ce l’ha spiegato chi lo ha vissuto.

 

Insomma, una genialata a mio avviso. In questo modo, per un breve periodo, gli Hooligans si mescolarono ai Normali, attenuando molto i provvedimenti disciplinari a loro carico. Per uno sbirro, distinguere un tifoso normale da un Hool iniziava ad essere un problema.

Ma ai giorni nostri come viene vissuta questa cultura?

Beh, inizierei con l’affermare che ai giorni nostri è puro esibizionismo, accostato a slogan da duri: «…vestiti bene, comportati male…», «…mai per moda», o minchiate simili. E’ una moda e basta, un modo come un altro per sentirsi pompati. Questo contrasto estetico è divenuto un motivo di frattura e diatriba fra i vecchi ultras e le nuove leve.
Io, che sono un po’ nel mezzo delle due correnti, posso tranquillamente affermare che i “vecchi ultras” evidentemente hanno dimenticato che anche mettere i bomber arancioni, quindi in stile camouflage, o gli Anfibi, voleva dire darsi un tono, un look.

Cambiano gli addendi ma il risultato non cambia.

Ahimé, il social ha enfatizzato il tutto. Gruppi di “Ultras” (le virgolette non sono messe per caso), che si immortalano con vestiti costosi, in posa spesso con armi o spranghe e via sul social magari camuffandosi il viso, ma taggandosi. Only white shoes, scrivono i geni, non pensando che ormai sono tutti uguali come soldatini di piombo, e che quindi danno ancora più nell’occhio, quando il casual era nato per tutt’altra storia.

Ragazzi… le fighe non vi cagano proprio con ‘sta roba.

La Digos sì invece che vi caga. Negli stadi la celere non carica più. Ci sono le signore steward di 60 anni con la borsetta. I provvedimenti repressivi vengono presi davanti ai computer, gli stadi sono divenuti un “grande fratello”, dove beccarsi una denuncia e un daspo è davvero facile.
Il casualismo anni ’80 è comunque una figata. Sono vestiti che uso per uscire nella mia vita quotidiana. Le marche che vanno per la maggiore sono quelle dei tennisti dell’epoca: Sergio Tacchini, Fila (white line possibilmente), Ellesse; ma anche Umbro, Merc.

Ma in situazioni “hot”, beh perdonatemi non mi va di strapparmi una camicia Ben Sherman; non mi va di bucarmi il mio Barbour da 1000 euro. Negli scontri, usate solo robe di merda usa e getta. Il casual moderno insomma ha assunto i classici connotati del “fantoccio”, piatto prelibato per i vecchi Ultras che non vedono l’ora di trovare qualche pollo da spennacchiare.

Il Casual dei nostri giorni ha sortito l’ effetto esattamente contrario a quello degli anni ’80

Una nota tifoseria italiana, non troppo tempo fa, espose uno striscione: «Abbigliamento non vuol dire talento». Mi viene in mente una comparazione. Da piccolo, quando dovevamo fare un torneo di calcetto, ero superpreso dallo stile delle maglie, come realizzarle, come numerarle… scarpe da calcetto nuove di zecca, squadra tirata a lucido di tutto punto. Alla prima partita, però, perdevi 11-1 contro il ricottaro con la canottiera sporca di sugo, che aveva come compagno di reparto quello con la maglia dell’Inter rifalda e taroccata (quelle con lo scudetto rotondo giallo che pareva un uovo a tegamino, per capirci).