Eppure, gli Storytellers ci hanno assicurato che River e Boca si sarebbero affrontanti a passi di Tango, recitando versi ancestrali.

Amo il calcio argentino, sudamericano, così come quello balcanico, quello inglese, francese; il calcio in generale, insomma, con tutte le sue storie diverse. Lo amo proprio per il legame con il popolo, con la storia sociale, politica, culturale. Questo non significa necessariamente poesia, danza e seduzione, ma vita, e la vita è reale; a volte istintiva, maleducata.

Il calcio è istinto, come la vita, che prevale a tratti sulla ragione, annullando le differenze tra uomo e animale. Retrocede il tifoso dallo stadio calcistico a un altro stadio, quello della sua stessa infanzia, parafrasando Eugenio Montale.

Provate a dare un pallone a un bambino: gli tirerà un calcio oppure lo afferrerà tra le mani recitando versi di Eduardo Galeano?
Siamo noi che vogliamo costruire attorno al calcio uno schema per forza poetico, elevarlo, vestirlo di un mito che continuiamo a raccontare applicando categorie personali, spesso parlandoci addosso e questo è insopportabile.

Eppure, gli Storytellers ci hanno assicurato che River e Boca si sarebbero affrontanti a passi di Tango, recitando versi ancestrali, anche se quello che è successo sabato 24 novembre 2018 avviene da almeno cento anni, in campo e fuori, tra Boca e River, Xeneizes e Millonarios.

Nel 2015 il Derby di Libertadores è durato 15 minuti perché i tifosi del Boca hanno spruzzato spray urticante verso i giocatori del River. Questa volta è successo il contrario e succederà ancora, anche su campo neutro: «Il calcio è un gioco ma anche un fenomeno sociale. Quando miliardi di persone si preoccupano di un gioco, esso cessa di essere solo un gioco», come avrebbe detto Simon Kuper.

Dovremmo smetterla di invadere la storia altrui con la retorica boriosa delle nostre categorie morali, sociali, culturali e politiche: la storia è di chi la vive, anche se c’è Wikipedia. I tifosi del River o del Boca non sono un appassionato di calcio argentino in Italia. Loro là ci vivono.

Se non nasci in un luogo, non respiri quell’aria, non bevi quell’acqua, non tocchi, non vedi, non ascolti quel mondo quotidianamente, non te ne puoi appropriare come se fossi nato lì.

Non possiamo comprendere certe dinamiche se non le abbiamo vissute, neanche se gli Storytellers ci dipingono il sogno perfetto con altrettanto perfetto accento sudamericano. Non è un sogno, è vita vera e certe cose avvengono dalla notte dei tempi, sempre, con regolarità. É la storia, la loro storia, e noi dovremmo rispettarla: «Li abbiamo fatti neri! Tutti all’ospedale!»; «Vergognatevi, devono dare lo 0 a 3 a noi del Boca!», non sono traduzioni, ma alcuni commenti italianissimi, di tastieristi che, a giudicare dai profili social, sono andati al massimo in gita in Buenos Aires, Corso Buenos Aires, a Milano.

Simpatizzare per West Ham o Millwall, leggerne le gesta, vedere le partite in televisione, vestirsi come nei film, conoscere bene l’inglese e andare a Londra durante le vacanze estive, non ci rende dei maleducati hooligans in esilio,ci trasforma semplicemente in mobili in stile che continuano ad applicare le categorie del proprio mondo a un mondo altrui, che non ha chiesto nulla se non di essere rispettato. Se l’Inghilterra è un mondo già troppo lontano, figuriamoci l’Argentina.

Eppure, gli Storytellers ci hanno assicurato che River e Boca si sarebbero affrontanti a passi di Tango, recitando versi ancestrali. Invece non hanno proprio giocato. Non c’è riuscito neanche l’Infantino della Fifa, neanche i medici della Conmebol, infatti, se la sono sentita di affermare che i calciatori del Boca stessero benissimo, in ospedale, feriti o che vomitavano:

«Que le den la copa a River, que tanto peso tiene en la Conmebol», han dichiarato Tevez e Benedetto.

Xeneizes e Millionarios, Boca e River. Questa volta non si è giocato, non ci sarebbe stata equità tra i contendenti, non c’erano le condizioni, hanno affermato la Conmebol e il Presidente del River D’Onofrio.

Nel 2015 vinse il River a tavolino e dovrebbe finire così anche in questo caso, secondo il Presidente del Boca Angelici per lo meno, che ha senza alcun dubbio ragione, ma alzare il trofeo più importante del calcio sudamericano in questo modo non farebbe certo onore a nessuno.

Eppure, gli Storytellers ci hanno assicurato che River e Boca si sarebbero affrontanti a passi di Tango, recitando versi ancestrali, anche se già nel 2015 il misfatto fu descritto come la partita della vergogna, ma tre anni sono tanti, se ne saranno dimenticati.

Dimenticare una Libertadores assegnata a tavolino sarebbe impossibile.

La Conmebol vuole a tutti i costi giocare la partita. Martedì, nella riunione di Asunciòn saranno presenti Angelici, D’Onofrio ed il direttivo Conmebol per accordarsi sulla data della gara, ma non e’ sicuro che tutto andrà per il verso giusto. Come sempre in Sudamerica, del resto, che non è l’Italia – repetita iuvant -, anche se Maradona non parla di cose a noi così sconosciute:

«Non c’è sicurezza, ci sono furti e la gente non ha da mangiare. Il presidente aveva promesso cambiamento – non a me che non l’ho votato né mai lo voterò – e invece ha ingannato il popolo perché la situazione del Paese è pessima e il suo governo è il peggiore di sempre. Lui è figlio di milionari e cosa può importargli se un bambino di cinque anni non può mangiare? Ma è quello che come argentini ci meritiamo per averlo eletto».

Intanto si è giocato il Derby di Genova, una delle mie partite preferite, ogni anno, un Derby di grande importanza storica, sociale e culturale; anche se non è una finale di Champions League e i genovesi non sono quelli di Buenos Aires, eppure di questo gli Storytellers non ci han parlato molto e lo han fatto soprattutto per via di quel maledetto 14 agosto 2018.