Il 28 Maggio 2003 è una data indelebile nella storia recente del calcio italiano: la prima finale di Champions tra due squadre italiane. Non era mai successo prima, nonostante in quegli anni le squadre di Serie A si distinguessero anche in Europa con ottimi risultati. Prima le tre finali consecutive del Milan (tra il 1993 e il 1995), poi le tre della Juventus (tra il 1996 e il 1998). Infine, dopo 5 anni di assenza di un’italiana dalle finali, la resa dei conti tra bianconeri e rossoneri.

Da maggio 2003 a gennaio2019

Quel 28 Maggio è probabilmente il punto più alto nella storia recente del Milan: vincere una Champions League contro i rivali storici della Juventus.
Difficile dire, allo stesso modo, che la sconfitta contro i rossoneri sia stato il punto più basso nella storia recente della Juventus: tanti i problemi che li avrebbero coinvolti negli anni a venire.

A 15 anni e mezzo di distanza, Juventus e Milan si apprestano a disputare la finale di Supercoppa Italiana. Una gara che per tanti motivi non regala lo stesso fascino di quella finale di Champions, ma che ci offre comunque uno spunto per una domanda: che cosa è cambiato da allora?

Juventus: serietà e programmazione al comando

Lo status acquisito dalla Juve durante gli ultimi anni – ovvero quello di una squadra che sta al tavolo con le grandissime del calcio europeo – non è che l’ultimo gradino di una lunga scalata verso il successo, iniziata con il processo di Calciopoli e la conseguente retrocessione in serie B.

Nonostante due terzi posti dopo l’immediato ritorno in serie A, si aveva la sensazione che si fosse rotto qualcosa nell’intricato meccanismo bianconero e quella che prima era una supersquadra, si ritrovò in poco tempo a combattere per le zone meno nobili della classifica. Un vero e proprio smacco per società e tifosi.

Per il cambiamento decisivo si deve attendere il 2010 e la conseguente nomina a presidente di Andrea Agnelli che ha un solo diktat in mente: rifondare. Da qui l’azzeccata scelta di Giuseppe Marotta come amministrato delegato e di Fabio Paratici come coordinatore dell’area tecnica. Da qui un ciclo di vittorie difficilmente eguagliabile.

É molto facile e molto conveniente – se siete tifosi avversari – indicare la disponibilità economica della famiglia Agnelli come principale spiegazione delle vittorie juventine. I fatti dimostrano, però, che non è sufficiente avere soldi per costruire una squadra vincente. Tanti gli esempi che lo certificano. Non da ultimo il Milan, chiara dimostrazione di come i soldi possano essere spesi male.

La Juventus degli ultimi anni è l’ennesima dimostrazione che alla base delle vittorie sul campo ci deve essere una struttura societaria solida. Anzi, solidissima. Regole chiare e uguali per tutti: non sono ammesse manie di protagonismo e comportamenti non in linea con l’etica societaria (lo sgabello di Bonucci ne è una prova). Una piccola deroga è stata concessa a Cristiano Ronaldo, regalo ai tifosi e al tempo stesso vera e propria certificazione di strapotere in Europa. Avere la forza – non solo economica – di acquistare il numero uno al mondo è sintomo di un cambiamento nell’immagine e nella percezione che si deve avere da fuori. E dovrebbe seriamente spaventare (se ce ne fosse bisogno) tutte le dirette concorrenti.

Il Milan e il teatro dell’assurdo

«Waiting for Higuain» potrebbe tranquillamente essere il titolo di questa prima parte di stagione del Milan. L’acquisto del Pipita aveva riacceso gli animi dei tifosi durante il mercato estivo, ma il prolungato digiuno del bomber argentino ha riportato quella frustrazione che da ormai un decennio affligge l’ambiente rossonero. Ed è stata un’ulteriore conferma della ormai proverbiale maledizione della numero 9: dopo il ritiro di Pippo Inzaghi, i vari Pato, Matri, Torres, Luiz Adriano e André Silva non hanno di certo brillato per la loro proficuità.

Aspettando Higuain

Aspettando Higuain, il Milan si è ritrovato in casa un vero bomber di razza. Sto parlando, ovviamente, di Patrick Cutrone. Ragazzo dal profilo basso, che guarda lontano; che si sta conquistando sempre di più il favore dei tifosi e una maglia da titolare. Se si volesse cadere nel banale, si potrebbe pensare che l’allievo abbia superato il maestro, ma scendendo più a fondo, possiamo invece dire che il maestro dovrebbe imparare dall’allievo. Anche in un momento in cui si hanno le polveri bagnate, l’atteggiamento del corpo e  in campo dovrebbe essere quello di Cutrone: la voglia di lottare su ogni pallone, dal primo all’ultimo minuto.

I dubbi, quindi, ci portano a chiederci se a Gattuso servisse effettivamente un giocatore come Higuain o se, invece, sarebbe servito maggiormente un centrocampista in grado di fare gioco. Al netto dell’impronosticabile infortunio di Biglia, un calciatore di qualità in mezzo al campo avrebbe fatto comodo.

Il dubbio rimane, come rimane la sfortuna che si è ripetutamente abbattuta su Milanello. É un dato di fatto che il notevole numero di infortuni abbia influito negativamente sui risultati ottenuti dalla squadra. A Gattuso, quindi, il beneficio del dubbio: con la rosa a completa disposizione, probabilmente la posizione in classifica sarebbe potuta essere migliore del comunque sufficiente quinto posto. 

Volendo fare un parallelismo con i prossimi avversari di Supercoppa, il Milan si trova in una situazione simile a quella che accadde alla Juventus nel 2010: il cambio di presidente (l’ennesimo negli ultimi anni) e il conseguente cambio di guida a livello dirigenziale (Gazidis, Maldini e Leonardo), hanno regalato fiducia e maggior ordine ad un ambiente che ancora sembrava non essersi ripreso dalla rifondazione a seguito dell’addio di Ibrahimovic, Thiago Silva e dei numerosi senatori.

Il Milan di oggi è decisamente diverso rispetto a quello della scorsa stagione. E non solo per i nuovi volti in campo. La nuova società ha restituito una credibilità che era oggettivamente perduta – lo certifica il diverso atteggiamento della Uefa nei confronti delle due proprietà – e ha segnato una strada che, se seguita, potrà riportare i rossoneri ai fasti del passato.

In ambito sportivo, la rosa può vantare diversi giovani italiani interessanti – fatto abbastanza unico nel panorama della Serie A – attorno cui è necessario investire e costruire quel giusto mix di esperienza e qualità che possa garantire una maggiore pericolosità in ambito europeo. Necessaria, in ogni caso, la qualificazione in Champions League per poter continuare il lungo percorso di rifondazione e per regalare ai tifosi quell’atmosfera che ormai manca da troppo tempo.

Un pronostico per la gara: perde il calcio italiano

Il calcio italiano ha perso ancora. E, tristemente, non è una novità. Gli stessi palazzi che poche settimane fa sponsorizzavano l’iniziativa del segno rosso sul volto (la campagna contro la violenza sulle donne) sono stati ben lieti di accettare nuovamente la ricca proposta di un paese straniero per ospitare la finale di Supercoppa. Nulla da dire, se non fosse per quel piccolo dettaglio per cui il paese in questione è l’Arabia Saudita; uno stato in cui fino al 2017 le donne non potevano prendere la patente di guida o andare allo stadio in maniera autonoma.

Ci si illude, probabilmente, che i soldi sborsati dall’Arabia Saudita possano salvare il nostro calcio malandato. O che forse una partita possa portare fan e interesse – e quindi introiti – alla Serie A. Il risultato più tangibile che si ha, invece, è l’immagine di un paese che non dimentica mai di mostrare le proprie contraddizioni. Anche – e talvolta soprattutto – quando si tratta di calcio.