Il 30 gennaio 2018 moriva, all’età di 84 anni, Azeglio Vicini, ex allenatore della Nazionale italiana di calcio e calciatore.

«Ahi ahi ahi se faccio un figlio, ahi ahi ahi lo chiamo Emilio, sempre meglio di Basilio, se è una femmina non so!». Era l’ultima stagione di Emilio, erede del Drive In. Era il mio terzo Mondiale, il primo vissuto coscientemente. Ero un novenne innamorato del calcio, nato a Milano, vicino allo Stadio dove avrebbero inaugurato le notti magiche di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, inseguendo un gol di Omam-Biyik e la grande vittoria del Camerun sui Campioni del Mondo in carica. Pronti via era già miracolo.

Ero un novenne che collezionava le figurine e le caricature della IP, quelle dei calciatori selezionati da Azeglio Vicini, il Commissario Tecnico.

In quegli anni non capivo bene perché non si scegliesse l’allenatore migliore d’Italia per guidare la Nazionale, ma ero contento che Sacchi fosse solo del Milan. Mio cugino juventino non lo avrebbe apprezzato, lo derideva sempre. Ritenevo corretto avere un allenatore della Nazionale sopra le parti per non far litigare i tifosi. Il Mondiale è la cosa più bella che ci sia, perché rovinarla?

Vicini non era esattamente un grande allenatore, forse è stato per davvero uno dei più perdenti della storia – come sostiene uno dei miei maestri, Beppe Vigani -, ma Azeglio mi era simpatico. Sembrava un po’ un papero della Disney con quelle labbra sottili tipo becco e quella capigliatura vagamente da Nosferatu.

Per me sarà sempre il C.T. della Nazionale che sbirciavo di nascosto dal corridoio, silenzioso come un ninja, quando: «É troppo tardi, adesso vai a letto!».

Come facevo a resistere a Bruno Pizzul mentre: «Baggio! Baggio! Baggio!» segnava alla Cecoslovacchia quel gol pazzesco. Il problema è stata l’esultanza non proprio da ninja. Roberto Baggio non è un miraggio, come cantano Il Generale & Ludus Pinski.

Il Divin Codino, proprio lui, il numero 10, Viola nel cuore ma già juventino nel portafogli, che mi avrebbe fatto sognare per parecchi anni a venire. Un campione di tutti e realmente di nessuno, solo di se stesso.

Ero un novenne che vedeva tutte le partite, conosceva tutti i calciatori grazie al Guerin Sportivo e passava interi pomeriggi al parchetto a far finta di essere uno di loro, che un giorno magari Vicini mi convocherà. Amavo l’Olanda, ma anche la maglia della Germania; ero affascinato dalla Jugoslavia di Pixie Stojković e dalla Romania di Gheorghe Hagi; mio cugino mi diceva che l’Inghilterra era amica dell’Italia e quindi tifavo per loro e poi c’era Gazza Gascoigne. Il Camerun era la storia a cui ci eravamo appassionati tutti, anche Buffon che ha chiamato il figlio come N’Kono, il suo idolo.

Preferivo il Brasile all’Argentina perché c’era Branco che era uno dei mie calciatori preferiti e odiavo Caniggia con quella faccia un po’ così e quel passato all’Hellas. Caniggia ci ha eliminato dai Mondiali, ho pianto parecchio per colpa sua e quindi il nostro rapporto non è migliorato negli anni; quello con Zenga sì, oggi mi è addirittura simpatico.

«Vici, vici, vicini di casa!». Dopo il Mondiale arrivò Vicini di casa al posto di Emilio e Azeglio lasciò il posto all’Arrigo nazionale, sostituito al Milan da Capello, che diventò il mio preferito. Capii che Sacchi non era il migliore, quelli veramente bravi erano i calciatori del Milan e Silvano Ramaccioni, che assomigliava tanto a mio nonno con quei suoi baffi e quella voce rassicurante.

Ero ormai un diecenne definitivamente innamorato del calcio e da quel momento di cose ne ho viste e conosciute parecchie, ma Azeglio Vicini è sempre rimasto il C.T. della Nazionale italiana, quello delle statuette della IP, quello del Mondiale che non scorderò mai, il primo vissuto da innamorato del calcio.