Quello compiuto da Frank Kessié e Tiémoué Bakayoko non è un gesto punibile, non è violento, ma è un gesto squalificante per chi lo compie e per chi lo giustifica. Un gesto che non ha nulla dello sfottò; che non è razzismo, che non è bullismo, che non è divertente, ma è tutto questo insieme. É il gesto di chi è abituato a nascondersi dietro una tastiera, ha ragione Gattuso.

Sono tutto fuorché un buonista. Non amo il politicamente corretto e ho sempre amato molto lo sfottò calcistico, trovando ridicola la discriminazione territoriale, ritenendola prossima più al campanilismo italico che a una forma di razzismo. Ho apprezzato sempre le partite dure, toste, i calciatori che prendono botte e le restituiscono, in campo.

Mi divertì il balletto di Marco Van Basten in faccia a Pasquale Bruno; ho riso divertito per Gennaro Gattuso che esulta in faccia a Christian Poulsen. Sono uomini che lottano, che si affrontano faccia a faccia, che si provocano e che, spesso, a fine gara escono abbracciati dopo essersele date di santa ragione. Faccia a faccia, da uomini.

Ho detestato sempre i lama. Frank Rijkaard che sputa in faccia a Rudi Völler, Francesco Totti a Poulsen; è un gesto vile, umiliante per chi lo riceve e squalificante per chi lo compie.
Botte, gomitate, pugni nascosti, scorrettezze da area di rigore, fanno parte del gioco, a volte si esce dal tracciato ma sempre nei limiti del gioco. Lo sputo no, è da omuncoli sporchi.

É più comprensibile anche la testata di Zinedine Zidane a Marco Materazzi, gesto da condannare ma più sincero e diretto. Non li ritengo bei gesti, ma sfidare i tifosi avversari come Cristiano Ronaldo dopo l’Atletico Madrid o come il Cholo Simeone che li incita dopo la vittoria dell’andata, rientra tra gli sfoghi umani, comprensibili dopo una battaglia, seppur censurabili. Fanno parte dell’umana natura e l’adrenalina non aiuta certo a diluirli.

Premesso questo, sabato sera siamo andati oltre. Frank Kessié e Tiémoué Bakayoko con la maglia di Francesco Acerbi esposta come un trofeo è una delle scene peggiori che ho visto nel mondo del calcio da che ho memoria – e la prima foto legata al calcio mi ritrae nel 1982, all’età di 1 anno, di fronte alla televisione, a tifare Italia con tanto di bandiera. Un gesto premeditato, ingannevole, vigliacco, vile.

Scambiare la maglia è un gesto di rispetto: la sfida è finita, ce le siamo date, lasciamoci alle spalle tutto, voglio un ricordo di questa battaglia. Scambiare una maglia è come donarsi la propria bandiera, l’identità; uno scambio di pelle tra due che hanno lottato senza risparmiarsi. É un ricordo, un simbolo.

Una maglia racconta una storia che va ben oltre le scaramucce tra due ragazzi in trance agonistica. Scambiare la maglia per esporla al proprio pubblico in gesto di scherno è un gesto da vigliacchi e ancor più vigliacchi sono i compagni che non li hanno fermati e i tifosi che esultano, li giustificano e difendono. La battaglia è finita, andiamo in pace.

Gli stessi tifosi che chiedono ai propri beniamini di onorare la maglia, perché la maglia è la rappresentazione di un popolo, non di un singolo giocatore.

Gliel’avessero strappata con la forza durante uno scontro tribale sarebbe potuto diventare un trofeo da mostrare al proprio popolo, ma scambiarla allo scopo di denigrare un avversario alle spalle è davvero un piccolo gesto.

Non valgono come giustificazione le frasi di Acerbi, non possono valere, cosa dovrebbe dire uno dei leader di Club prima di una partita decisiva per caricare il proprio ambiente: siamo più scarsi, speriamo di farcela ma credo perderemo perché succede da 30 anni?

Cosa avrebbero dovuto fare Capello e compagnia nel 1994, dopo il 4 a 0 al Barcellona che, per una settimana, li aveva scherniti?
In campo se ne saranno dette di ogni e se le sono date senza risparmiarsi, ma nessuno è andato a sventolare la maglia balugrana o la cravatta di Johan Cruijff davanti ai propri tifosi in segno di scherno; ché quando han scherzato gli avversari, il Dio del Calcio li ha puniti consegnando una Coppa già vinta al Liverpool.

Non è un gesto punibile, non è violento, ma è un gesto squalificante per chi lo compie e per chi lo giustifica. Un gesto che non ha nulla dello sfottò; che non è razzismo, che non è bullismo, che non è divertente, ma è tutto questo insieme. É il gesto di chi è abituato a nascondersi dietro una tastiera, ha ragione Gattuso, e che infatti lì ha finito per postare l’immagine per poi scusarsi, non perché abbia compreso la propria idiozia, ma perché è stato spinto a farlo.