Malmoe, Svezia, 3 Ottobre 1981. Nello stesso anno in cui gli Americani vedono iniziare l’epoca Reagan, Papa Giovanni Paolo II rimane ferito in un attentato e a Los Angeles nasce una band destinata a cambiare la storia del metal come i Metallica, Jurka Gravić e Šefik Ibrahimović festeggiano la nascita del loro ultimo figlio, Zlatan.

Il contesto, familiare e geografico, in cui cresce il piccolo non è dei migliori: il malfamato quartiere di Rosengard (quartiere a sud della Svezia, abitato in prevalenza da immigrati e popolazione povera), unito alla separazione dei suoi genitori, rendono particolarmente difficile il periodo adolescenziale del ragazzo. La madre è assente, il padre spesso ubriaco, il frigorifero sempre vuoto. Il primo bivio nella vita di Ibra è quello tra vivere una vita da delinquente o inseguire il sogno di diventare un calciatore. Ma non uno qualsiasi. Lui vuole diventare il migliore del mondo. Come Ronaldo, quello vero, suo idolo di sempre.
Zlatan non è un ragazzo cattivo, sta solo cercando di fuggire da tutte le difficoltà che la vita gli mette di fronte. E decide di farlo nella maniera a lui più congeniale. Dribblandole.

Ibra con la maglia del Malmo

“Io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?”

Se hai  20 anni e sono queste le parole con cui ti presenti in uno spogliatoio dove, tra gli altri, siede Rafael van der Vaart , di te si può dire e si dirà di tutto. Ma non che manchi di personalità. Ibra è stato appena acquistato dall’Ajax, dopo due ottime stagioni tra le fila del Malmo. In quella stessa estate, anche l’Arsenal di Wenger è interessato al giovane talento svedese, e lo convoca per un provino. Ma Ibra non è come tutti gli altri: “Ibra non fa provini”.
Per cui vola ad Amsterdam, diventando l’acquisto più costoso di sempre per il club. Nelle tre stagioni olandesi, colleziona 46 gol, 2 scudetti, una coppa e una supercoppa nazionale. Ma il suo cattivo rapporto con la dirigenza e con van der Vaart e quello positivo dato dal suo talento lo spingono a forza verso l’Europa e campionati più competitivi.

Ibra all’Ajax

Zlatan e l’Italia

Dopo tre stagioni all’Ajax, Ibra è stanco della scuola olandese, decide di cambiare aria e lo fa grazie a quello che negli ultimi tempi è diventato il suo agente: Mino Raiola. Ibra è così. Istintivo, arrogante ma, soprattutto, vincente. E, infatti, nei due anni passati alla Juve, vince per due anni di fila lo Scudetto, manda in panchina capitan Del Piero e incontra l’allenatore che, per sua stessa ammissione, gli cambia il modo di giocare: Fabio Capello.
L’allenatore italiano, che aveva voluto fortemente Ibra per le sue qualità fisiche e tecniche, vuole farlo diventare un attaccante da 25 gol a stagione e, per questo, costringe Ibra a guardare e riguardare Vhs con tutti i gol di Van Basten, fuoriclasse a cui tanti giornalisti lo paragonano. I 258 gol segnati dal 2004 sono la dimostrazione lampante che, quelle vecchie videocassette, a qualcosa siano servite.

Ibra e Van Basten

Ibra e Mou: odi et amo

Dopo lo scandalo Calciopoli, lo svedese decide di rimanere in Italia, per vestire il neroazzurro dell’Inter. Gli anni in bianconero gli hanno fatto acquisire la leadership necessaria per riuscire a riorganizzare e compattare uno spogliatoio multietnico e diviso in piccoli gruppi come quello interista. In tre anni conquista altrettanti scudetti. Il primo viene vinto dai neroazzuri con 5 giornate di vantaggio, mentre il secondo arriva grazie a una sua doppietta contro il Parma, nell’ultima di campionato.
In panchina, fino al 2008, siede Roberto Mancini. Durante la sua ultima stagione nel club di Moratti, invece, arriva un altro allenatore per lui fondamentale: José Mourinho. Lo Special One.
Con il tecnico portoghese, lo svedese arriva ad avere un rapporto strettissimo: due caratteri forti, con il solo obbiettivo di vincere. Nella stagione 2008-09, con 25 reti si laurea capocannoniere del torneo. Ma questo non gli basta: la voglia di vincere la Champions League lo ossessiona, al punto da spingerlo a chiedere il trasferimento. Si sente pronto per andare a Barcellona, non prima però che Mou possa rivelargli alcune profetiche parole: “Tu vai a Barcellona per vincere la Champions, giusto? Beh l’anno prossimo saremmo noi a vincerla”.

“Non sono violento, ma se fossi in Guardiola starei attento”

La parentesi spagnola è, fin qui, la più deludente nella carriera di Ibrahimovic, il che è abbastanza pragmatico di quale sia stato il suo livello in questi anni: termina la stagione con 21 reti, 10 assist e l’ennesimo Campionato vinto.
Ma quel Barcellona galattico, che avrebbe potuto vincere facilmente la Champions, si è dovuto arrendere all’inarrestabile Inter del Triplete. Ma, soprattutto, Ibra si è dovuto arrendere di fronte a Guardiola. Il tecnico spagnolo, infatti, che tanto lo aveva voluto in estate (per il suo cartellino, il Barcellona ha sborsato oltre 45 milioni più Eto’o), dopo una prima parte di stagione in cui lo fa giocare titolare, inspiegabilmente lo relega in panchina.
Ibra non riesce a darsi pace e arriva quasi allo scontro fisico con l’allenatore: in un post partita particolarmente nervoso, lo svedese sfoga la rabbia contro un armadietto che cade a pochi centimetri dall’allenatore. Decide, quindi, di chiedere la cessione e accasarsi al Milan di Berlusconi, con tanto di simpatico siparietto tra lui e Ronaldinho durante un’amichevole tra Barcellona e Milan, pochi giorni prima del suo passaggio in rossonero.

Ronaldinho: “Ibra, vieni al Milan!”

“Ciao Milan, quest’anno vinco tutto”

Anche in questo caso, enigmatiche le parole di Zlatan durante la presentazione a San Siro. Anche se, di fatto, non riuscirà a vincere quello che cercava ossessivamente con i rossoneri, riporterà in via Turati uno Scudetto che mancava da 7 anni e che, per lui, è l’ottavo consecutivo. Nelle due stagioni passate al Milan, è semplicemente dominante: segna tanto (42 gol), in tutti i modi, trascinandosi la squadra sulle spalle e portandola alla vittoria. La seconda stagione in rossonero, però, si conclude con la vittoria in campionato della Juventus di Antonio Conte, all’inizio del suo ciclo, e con la cessione di Ibra e Thiago Silva al Psg per motivi di bilancio. Anni dopo, definirà il Milan come “il club più grande in cui ho giocato”.

“Rimango al Psg? Sì, se mettono una mia statua al posto della Tour Eifell”

Ibra non sarebbe voluto andare via da Milano, soprattutto, poi, per approdare nel Campionato Francese, meno entusiasmante e competitivo dei principali tornei europei. La squadra del Psg, però, riuscendo a vincere agevolmente il Campionato nazionale, ha la possibilità di concentrarsi maggiormente sugli impegni in Champions. L’ideale per il sogno di Ibra. Nei suoi quattro anni a Parigi, il patron Nasser Ghanim Al-Khelaïfi rafforza notevolmente la squadra, acquistando giocatori come Verratti, Lucas e David Luiz. Ma né Ancelotti né Blanc riescono a guidare i parigini alla vittoria della coppa dalle grandi orecchie. E quindi, nonostante i 113 gol e i numerosi successi nazionali, aurevoir Paris.

L’ultima sfida, il Manchester United

Ibra è ormai una star di livello planetario. Le sue dichiarazioni, a partire dagli anni a Parigi, sono sempre più frequentemente provocatorie e irriverenti. Si è costruito un personaggio: si paragona a Dio, deride gli avversari e i meme su di lui cominciano ad essere sempre più frequenti (un moderno Chuck Norris). Il suo passaggio ai Red Devils diventa un evento seguito da milioni di fan sulle sue pagine social e l’approccio con l’Inghilterra è molto buono. Ritrova Mourinho e una squadra che ha tutte le carte in regola per diventare competitiva nel giro di pochi anni. In 28 partite segna 17 gol e si qualifica per le semifinali di Europa League.

Il ginocchio fa crack

Solo Ibra può rompere Ibra

Ma dopo poche settimane dalla sua dichiarazione al vetriolo contro i compagni (“Sono l’unico leone in mezzo a tanti gattini”), il ginocchio fa crack, proprio durante la semifinale di Europa League, ad un passo da quello che poteva essere il primo successo europeo. A pochi giorni dall’infortunio, con la consueta irriverenza, dirà di non avere pensato neanche lontanamente al ritiro. Tornerà, presto. E noi, ovviamente, lo aspetteremo.
Io non so esattamente come sarà il futuro di Ibra. Se rimarrà allo United anche dopo l’infortunio, se andrà a svernare in Mls o proverà a inseguire ancora il suo sogno più grande. Solo di una cosa sono certo: del karma sportivo. Credo, cioè, che un giocatore che al Calcio ha dato così tanto, debba avere almeno un’ultima occasione per vincere. Come nelle favole, aspettiamo il lieto fine.