«Il giovane è affetto da un leggero strabismo, ha la spina dorsale deformata, uno sbilanciamento del bacino, sei centimetri di differenza tra le gambe. Il ginocchio destro è affetto da varismo mentre il sinistro da valgismo, nonostante un intervento chirurgico correttivo. Per via di tale malformazione, dovuta probabilmente alla poliomielite, o alla malnutrizione, è dichiarato invalido e gli è assolutamente sconsigliata ogni tipo di attività agonistica come il gioco del calcio».

Il professor João Carvalhaes è nel suo studio che si strofina la fronte mentre legge quel certificato. È uomo di conferenze e di articoli scientifici, ha imparato che ogni cosa si misura, che la forza lavoro va scelta con criterio. Ogni candidato, qualunque sia il suo futuro ruolo, deve essere testato per capacità e carattere. Selezione, formazione, valutazione, classificazione: sempre lo stesso schema, e una fiducia cieca nella Scienza e nella Psicologia. Le sue cavie erano state operai, ferrovieri, meccanici ed elettricisti. Poi la sua passione per lo sport lo aveva avvicinato alla boxe e agli arbitri di calcio. Non lascia nulla al caso, il professore.

Pelè e Garrincha

Un indios che fume e beve chaçacha

Nel suo laboratorio ci sono macchine speciali che analizzano ogni caratteristica di chiunque passi il suo scandaglio. Velocità, senso dello spazio, tempo di reazione. E poi attenzione, caratteristiche di personalità e molto altro. Il suo pallino, però, è il quoziente intellettivo. Il professor Carvalhaes conosce ogni dettaglio del ragazzo che sta esaminando. Discende da una tribù di indios, a tre anni cura la poliomielite pedalando su un triciclo rotto, a dieci fuma sigari di paglia e beve la chaçacha per curare i suoi malanni.
Quando arriva in un posto che non conosce, per prima cosa chiede dove sia il bordello più vicino. A 14 anni va a lavorare in fabbrica. A 15 sta per essere licenziato ma il capo lo ricicla come magazziniere. L’unica cosa che sa fare, oltre a perdersi nei vizi, è correre a piedi scalzi. Storti, pure quelli. Anche lui usa uno schema sempre uguale. Prende la palla vicino alla linea del fallo laterale. Va contro l’avversario, si ferma, riparte verso destra e scappa dal lato opposto. È bravissimo, il professor Carvalhaes se ne rende conto.

Lo storpio è tra i 33 convocati

Però sa pure che la nazionale brasiliana è contestata. I tifosi dicono che i calciatori sono immaturi, emotivi e capricciosi. Impreparati a giocare partite come quelle della Coppa Rimet del 1958. Allora João Havelange, il presidente della Confederazione, prima di partire per la Svezia chiede al professore di selezionare calciatori veri. Lo storpio è tra i 33 convocati.
Il professore gli chiede di disegnare una figura umana. Lui prende la matita e il foglio bianco e traccia quattro linee. Poi fa un cerchio enorme al posto della testa e sorride: ha disegnato il suo compagno Quanrentinha. Non è in grado di svolgere più attività contemporaneamente. Non come i suoi compagni, almeno. Un minorato, un ingenuo, un incapace. Addirittura, durante un’amichevole contro la Fiorentina ha scartato tutti gli avversari e si è fermato sulla linea di porta. Però, prima di segnare, ha aspettato che il difensore tornasse indietro per scartarlo un’altra volta.

Garrincha portato in trionfo

I tre minuti più sublimi del calcio

Per uno come lui, non c’è speranza, è la Scienza che lo dice. E il professor Carvalhaes ha una fiducia cieca nella Scienza. «Punteggio 38 su 123. Il soggetto ha l’intelligenza di un bambino di 4 anni. Non può fare nemmeno l’autista di autobus». Il ragazzo sbagliato al mondiale del 1958 ci va lo stesso. E fa quello che aveva fatto in amichevole a Firenze.
Anzi, lo fa meglio. Contro l’Unione Sovietica, nei tre minuti più sublimi della storia del calcio. Poi accompagna la sua nazionale a vincere la Coppa del Mondo. Il ragazzo sbagliato è Manoel Francisco dos Santos, meglio conosciuto col nome di Garrincha.

Garrincha illustrato da selapennamidisegna