Il mio incubo ricorrente? Allenarmi col Barcellona e finire al centro del torello con intorno Messi, Neymar e Suarez.

Ci sono tre cose che ho sempre temuto: la ciabatta di mia madre, stiamo parlando di uno zoccolo di legno dottor Scholl che avrebbe abbattuto persino il muro di Berlino; le note sul diario della professoressa Rossi, che mi sarebbero costate almeno i domiciliari per un mese e quindi zero uscite con gli amici; ma soprattutto finire al centro del Torello quando facevamo allenamento.

Per me i passaggi di prima non sono semplici e basilari esercizi calcistici ma veri e propri traumi d’infanzia. «Vedrai che stare al centro ti farà bene e prima o poi imparerai a non finirci più!» Diceva con sorriso beffardo quel pedagogo da quattro soldi del mio mister, girandosi verso i titolari in partitella, mentre noi riserve ci ammazzavamo di torelli. Per tutti era un mister severo, per me semplicemente uno stronzo.
Era inutile, io i passaggi di prima non li sapevo fare, e lo testimoniavano i dieci-quindici minuti che mi sudavo avanti e indietro, a destra e sinistra e persino in obliquo, con intorno i miei compagni di squadra. Ma questi shock non duravano solo quei venti minuti di allenamento, mi segnavano per il resto della giornata, persino la notte. Il mio incubo ricorrente era quello di allenarmi col Barcellona, praticamente il sogno di tutti i bambini appassionati di questo sport. Vi starete chiedendo cosa mi potesse turbare così tanto dell’allenamento con Messi e compagni. Beh Barcellona uguale tiki taka e quindi non toccare un pallone nemmeno per sbaglio.

Insomma mi immaginavo al centro di un torello blaugrana dal quale non sarei mai uscito perché la Pulce, Suarez e Neymar mi facevano girare come una trottola. Una sorta di pena dantesca 2.0 senza un apparente peccato da espiare, se non la mia precaria condizione atletica. Credo, ma non ne sono sicuro, che il torello compaia anche nella lunga lista delle torture medioevali che venivano inflitte ai miscredenti o ai colpevoli di reati contro il regno.
Rimane comunque il fatto che io non avevo fatto alcun torto a nessuno. Che poi vi siete mai chiesti quanto è discriminante quel gioco? Insomma, contribuisce a emarginare quei soggetti che in squadra sono meno capaci, per non parlare dell’umiliazione che la vittima (perché quello che è al centro è una vittima o al massimo un volontario mosso da compassione per il predecessore) subisce dai compagni di squadra che ostentano tutta la loro malignità attraverso finte teatrali o giochi di gambe di pregevole fattura. Cosa c’è di peggio del torello?
Niente! No beh a essere sinceri c’è il torello pallavolistico, una cattiveria molto simile al cugino calcistico, ma, per certi versi ,più tremendo, visto che, se ti capitano due Michael Jordan che si passano la palla l’uno con l’altro, tu, piccolo lillipuziano, stai tranquillo che la palla non la prenderai mai. Ricordo un’altra frase del mio mister, anzi una massima degna dei più grandi intellettuali: «Il cerchio del torello è come il cerchio della vita!». Il mio vaffa a bassa voce a termine frase era d’obbligo, insomma quello pseudo proverbio non aveva senso e non mi spronava per niente.
https://youtu.be/dQLBDtiMphQ
Se io ero la pippa di turno, Mazzi era il fenomeno in erba, colui che il centro del cerchio non lo ha mai visto, nemmeno col cannocchiale, perché i passaggi di prima te li faceva rapidi e addirittura di tacco. Mazzi mi stava particolarmente sui coglioni perché non solo non te la faceva prendere, ma ti faceva anche il tunnel per passarla al compagno di fronte e ti diceva la tipica frase che avrebbe fatto perdere la pazienza ai santi: «Ma chiudile quelle gambe che ci passa anche un treno lì sotto!». Così che, se la palla mi passava tra le gambe, nella mia testa passavano pure tremila pensieri di vendetta contro Mazzi.
Col senno di poi, però, il torello non è altro che un esercizio di allenamento, sì ma per la pazienza! Infatti ora, quando vado in posta e dopo ore e ore di coda mi fanno cambiare cinquecento sportelli, non mi spazientisco più e penso a quando stavo ore ed ore al centro del torello. Che poi anche io da piccolo ero poco furbo, avrei dovuto fare come il mio amico Giovanelli, quasi cento chili di girelle motta e poca voglia di correre, il quale, con la scusa di essere stato portiere quando ancora giocavamo nei pulcini, prendeva la palla con le mani, la metteva sotto l’ascella sinistra e, indicando con la mano destra colui che si era fatto intercettare il passaggio, diceva «Mo vacci tu, stronzo!». Quella non era una semplice frase, ma un motto che dedico a tutte le vittime innocenti del torello.