L’ispettore scelto Sömmering aveva un mandato molto preciso, sebbene all’apparenza assurdo: determinare se Dora Ratjen fosse una donna e doveva andare fino in fondo. Perché era la neocampionessa europea di salto in alto e aveva gareggiato con la divisa del Reich.

Parole di SIMONE STENTI

Quel 21 settembre 1938, Dora non si sentiva a proprio agio come al solito. Indossava un rigoroso tailleur grigio e collant piuttosto anonimi. L’unico spunto di vivacità l’aveva delegato al colore pastello delle scarpe. Stava percorrendo in treno la tratta Vienna-Colonia, per tornare a casa dopo aver partecipato ai Campionati europei di atletica, dove aveva stabilito il record di salto in alto, con uno strabiliante metro e settanta. Nel borsone, custodiva la medaglia d’oro. Eppure, non riusciva a sorridere. Aveva un senso di inquietudine, come se qualcosa di più grande di lei stesse per accadere.

Non era presentimento o premonizione, era la consapevolezza che qualcosa non quadrava.
Alla stazione di Magdeburgo decise di scendere per sgranchire le gambe e provare a scrollarsi via quell’ansia che non la lasciava godere del trionfo che aveva portato l’ennesimo onore al Reich. Un uomo cominciò a fissarla con insistenza, non era una situazione a cui fosse avvezza. Non le capitava spesso, anzi quasi mai, di ricevere attenzioni da uomini così distinti. Il trench su un vestito scuro, la cravatta col fermaglio e il cappello che a malapena lasciava scorgere lo sguardo, che però stava ineludibilmente puntando su di dei. Dora si scostò una ciocca dei capelli dietro l’orecchio, mentre l’uomo le si avvicinava.

“Documenti, prego”

Non era un’avance, inoltre il poliziotto non doveva aver riconosciuto la campionessa. Inoltre, non sembrava un controllo di routine. Dora si sentì avvampare e, senza una parola, gli porse il tesserino d’identificazione dei Campionati Europei, che certificava le generalità: Dora Ratjen, nata a Brema il 20 novembre 1918. Non aveva ancora vent’anni, ma il viso non era più quello di una ragazzina. Qualche compagna di spogliatoio, lo definiva strano, se non inquietante. Le sue foto, facilmente recuperabili oggi coi motori di ricerca, spiegano ampiamente il perché. Il poliziotto si presentò: era l’ispettore scelto Sömmering. Quindi, la invitò a recuperare i bagagli, doveva seguirlo.

Dora, dopo un primo momento di smarrimento, provò qualcosa di simile al sollievo. Da anni sapeva che quel momento sarebbe arrivato e, ora che si stava svolgendo, capì che era molto meno doloroso del previsto. Il dispaccio di arresto era arrivato qualche ora prima, direttamente dai più alti Comandi e Sömmering aveva un mandato molto preciso, sebbene all’apparenza assurdo: determinare se Dora fosse una donna o un uomo e doveva andare fino in fondo.

Dora fece un’unica domanda: “E se mi rifiutassi di collaborare?”

L’ispettore scelto le spiegò che sarebbe stata ostruzione alle indagini e già quella si configurava come reato. Il 1938 in Germania non era un buon periodo per trasgredire la legge. Dora chinò il capo, ma non pianse. In un sospiro ammise che sì, era un uomo. Alle 12,15 venne dichiarato in arresto.
E quello fu anche il momento in cui Dora poté essere finalmente Heinrich.
Dal punto di vista giuridico, la situazione era pesante. L’accusa: frode sportiva. Parte civile: il Reich.
Nei panni di Dora, Heinrich aveva vestito i colori nazionali dal 1934 al 1938, partecipando persino alle Olimpiadi di Berlino del 36, dove si era piazzato quarto, saltando 1,58, per di più rimpiazzando la più grande saltatrice tedesca, Gretel Bergmann, lasciata a casa in quanto ebrea.

Figuriamoci cosa avrebbe potuto scatenarsi se fosse diventato pubblico che il Reich aveva sostituito un’ebrea con un travestito. Ma che si trattasse di frode volontaria la storia non lo confermerà mai, perché qualcosa di davvero inspiegato c’è ancora oggi, oltre dieci anni dopo la quieta morte di Heinrich Ratjen. Il giorno dopo l’arresto, infatti, venne convocato il padre. Origini umili, viveva per il bar che conduceva in proprio a Erichshof, in Bassa Sassonia. Questa dichiarazione fece alzare le antenne a Sömmering: “Non ero al capezzale di mia moglie quando nacque, ero in cucina. Quando partorì, la levatrice mi chiamò: “È un maschietto!”, ma cinque minuti dopo si corresse: “Ma forse è una femminuccia, dopo tutto”.

Fu soltanto nel 2009 che il magazine tedesco Der Spiegel riuscì, grazie al Dipartimento di Medicina Sessuale dell’ospedale universitario di Kiel, a entrare in possesso di quello che rimaneva del dossier con le investigazioni del biennio 1938-39. Da lì emerse il tragico quadro dell’infanzia della Ratjen.
In un ambiente e, soprattutto, in una famiglia dove parlare esplicitamente di sesso e sessualità era semplicemente inconcepibile, l’ultima parola sul gender del bebè, come testimoniato dalla levatrice, spettò al consiglio parrocchiale e, nello specifico, al pastore: che lo battezzò cristianamente Dora. Quando a nove mesi la piccola contrasse una polmonite, il padre approfittò della presenza del dottore per chiedergli un consulto ai genitali. Quella era un’epoca in cui era accettabile sentirsi rispondere: «Lascia perdere, tanto non puoi farci nulla lo stesso».

Il tragico destino di Dora era dunque segnato.

Cominciò a essere allevata da femmina, vestita con abiti femminili, andò alla scuola femminile, sebbene, come da lei dichiarato alla polizia: “Verso i 10 o 11 anni capii di non essere una femmina, ma un ragazzo”. La situazione era ben più complessa di una frode sportiva. Se oggi la FIA ancora sta impazzendo nel districare il nodo della situazione cromosomica della sudafricana Caster Semenya, ci si può immaginare che cosa volesse dire intervenire su un caso del genere, nel 1938, in Germania, sotto le leggi razziali naziste.

Travestito, sessualmente indistinto, ermafrodito.

Nel primo referto medico, il giorno seguente l’arresto, si legge: “Le caratteristiche sessuali secondarie sono interamente maschili. La persona in analisi può essere inequivocabilmente considerata un uomo. Tuttavia, una fitta fascia di tessuto cicatriziale corre dalla parte inferiore del pene in una linea relativamente ampia. Si può quindi discutere se questa fascia di tessuto cicatriziale gli consenta di impegnarsi in rapporti sessuali in modo normale”. Il che però non ostacolò il successivo messaggio al radiotelegrafo: “La campionessa europea nel salto in alto Ratjen, primo nome Dora, non è una donna, ma un uomo. Prego notificare subito al Ministro dello Sport del Reich. Si attendono ordini via radio”. Il messaggio arrivò direttamente sulla scrivania del potentissimo Reichssportführer Hans von Tschammer und Osten, che impose che l’arrestato fosse condotto all’Hohenlychen sport Sanatorium, per più approfonditi accertamenti. Il responso venne confermato.

Sebbene in un pastone sulle truffe nello sport del Time di qualche anno fa, Ratjen compaia come «uomo costretto a gareggiare vestito da donna per l’onore e la gloria del Reich”, il Der Spiegel sembra appurare che anche i più alti comandi nazisti vennero presi in contropiede da una vicenda potenzialmente esplosiva. Che non ci fosse volontà di frode da parte di Ratjen risultò evidente, visto che non ci ricavò poi molto, a parte la medaglia europea che von Tschammer und Osten si precipitò a far restituire, per assegnarla alla seconda qualificata, l’unghesere Ibolya Csák. In fondo, Dora era la vera vittima, fino ad allora costretta in abiti non suoi, senza aver ancora avuto la possibilità di scegliere.

Non chiediamoci se i nazisti potessero aver provato qualche sentimento, ma l’opportunità li spinse a non ingigantire un caso che poteva avere deflagrazioni extra-sportive. Ad Heinrich, come successivamente si fece chiamare, venne risparmiato l’Olocausto, automatico per i transessuali, e gli venne addirittura concesso di tornare al suo paese, dove cominciò a lavorare in abiti maschili nel bar di famiglia, pervaso dal desiderio di sparire dalla scena pubblica.

Dopo la Guerra rifiutò tutte le interviste e solo nel 1957 rilasciò la dichiarazione, poi ripresa dal Time cinquant’anni dopo, secondo cui fu spinto a gareggiare come donna dalla Gioventù Hitleriana, ma non si trovò mai vera conferma. Anzi, i documenti sembrerebbero davvero dire il contrario. Il 22 aprile 2008, Heinrich Ratjen spirò nella sua cittadina alle porte di Brema.
Nei registri del Comitato Olimpico Internazionale compare ancora come Dora, partecipante all’edizione 1936 a Berlino.