3 novembre 2018, semifinale Masters 1000 di Parigi-Bercy. Roger Federer contro Novak Djokovic. Un incontro di tre ore, equilibrato, di grandissimo tennis. A spuntarla, per la quarta volta consecutiva, è stato il serbo, che si è di nuovo rifiutato di perdere la partita contro il Re svizzero.
È un singolo scontro che riporta alla mente una titanica battaglia giocata sui campi più prestigiosi del mondo e che riesce a essere, dodici anni dopo il primissimo match diretto tra i due tennisti, sempre più bella. Una storia iniziata con la sconfitta del diciottenne Nole, al primo turno nel torneo di Monte Carlo nel 2006, sulla stessa terra rossa che li vedrà battagliare nella semifinale di due anni dopo e in quella del 2014.

Già da quel primo incontro i due grandi talenti del tennis contemporaneo non potevano apparire più diversi, uniti dall’eccellenza nel gioco ma opposti in tutto il resto.

Federer, con l’immancabile fascetta tra i capelli e la freddezza svizzera del campione che non urla e, a tratti, non sembra nemmeno sudare, si contrappone a un Djokovic acerbo come ogni diciottenne, ma dotato di quelle caratteristiche atletiche che lo renderanno inconfondibile.
Negli anni l’evoluzione tecnica e caratteriale dei due tennisti li ha portati a incontrarsi e scontrarsi, in uno spettacolo a metà tra lo sportivo e il mitico, in cui i problemi alla schiena di Federer si sono sommati ai dolori al gomito di Djokovic, in cui il dritto magistrale dello svizzero, a tratti, ha respinto e, sempre a tratti, subito il famoso rovescio del serbo, servendo e ricevendo alcuni dei migliori colpi del panorama moderno.

Il precisissimo attacco a rete di Re Roger, affinato negli anni, unito all’inconfondibile grazia nei movimenti, rendono il suo gioco uno spettacolo per gli occhi, un gioco di eleganza che manca allo slanciato Djokovic, potente e preciso oltre che meticoloso osservatore in fase di programmazione del gioco.
Un incontro lungo ben dodici anni che, tra battute e risposte, ha solcato il cemento dei campi americani e australiani, la terra battuta degli Internazionali d’Italia e di Roland Garros, fino ad arrivare all’erba perfetta del Grande Slam di Wimbledon.
Proprio sul prestigioso campo inglese, nella finale del 2014, si è consumata la loro battaglia più mitica: Nole reduce da cinque sconfitte consecutive nelle finali Slam, pronto a riprendersi il posto da numero 1 al mondo, porta a casa il titolo dopo quattro ore di combattimento, facendo impazzire il Centrale, contro un Federer in grande forma.
«Nel corso della nostra carriera abbiamo disputato grandi partite – ha dichiarato il serbo da poco tornato in vetta alla classifica mondiale ATP – ma non mi sorprende perché ogni volta che gioco contro Roger so che devo dare veramente tutto».

Ma se tra un serbo sanguigno, che soffre le sconfitte e piange le vittorie, e uno svizzero immortale e glaciale non sembra esserci mai stato spazio per costruire un’amicizia, tra i due è sempre esistito un grande rispetto, dimostrato dentro e fuori dal campo. Una storia dai tratti cinematografici, oggi più accesa che mai grazie al ritorno di Djokovic, risorto dalle sue stesse ceneri dopo il peggior periodo della sua carriera.
Così, mentre l’altro grande campione del tennis mondiale, Rafael Nadal, continua la sua lotta personale contro infortuni e operazioni, le due eccellenze sportive proseguono una partita iniziata nel 2006 e fanno sognare tutti gli appassionati con un tennis magistrale che, proprio come loro, non sembra invecchiare mai.