L’obiettivo è chiaro: oltre a inseguire per la prima volta tre medaglie nel tiro con l’arco, per Mauro Nespoli è l’ora di godersi l’atmosfera dei Giochi. Una carriera che parte da una volpe a cartoni animati e passa da una serra dove tirare 400 frecce al giorno.

Intervista di ANDREA PRESSENDA

Preciso, diretto, mai banale. Quasi un manifesto di vita per chi è abituato a tirare oltre 400 frecce al giorno, al ritmo della musica di Bob Marley, colonna sonora di gare, allenamenti e sacrificio.
Mauro Nespoli, vogherese di 32 anni, atleta dell’Aeronautica Militare, oro a squadre a Londra 2012, bronzo a squadre a Pechino 2008 e speranza di medaglia anche ai prossimi Giochi di Tokyo 2020 in addirittura tre discipline: singolo, squadre e mixed team.
Una carriera che somiglia già a una favola: «Mi ha sempre affascinato il mito dell’eroe che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Il cartone animato di Walt Disney presentava molto bene il personaggio: lì Robin Hood era una volpe, che è sinonimo di scaltrezza, furbizia. Complice anche l’avversione di mia madre per le armi di qualunque tipo, da bambino ho provato questa doppia attrazione».

Perciò, sua madre non era particolarmente contenta…

«Quando da bambino ti dicono di non fare una cosa, si ottiene esattamente il contrario. È stato uno stimolo in più per cominciare a tirare con l’arco».
Torniamo all’attualità. Ai Giochi Europei di Minsk è stato un assoluto protagonista. Che significato hanno queste vittorie nella sua carriera?
«Arrivavo ai Giochi Europei a Minsk dopo un campionato del mondo con la medaglia di bronzo con la squadra mista ed ero arrivato quarto, ai piedi del podio, a livello individuale. Avevo grandi aspettative. Penso che quest’anno il mio livello sia molto migliorato».
Gli ultimi successi hanno aumentato la consapevolezza.
«Non ho cambiato nulla rispetto agli anni passati, ma oggi si vedono i risultati di quanto costruito. A Minsk sono arrivato con la consapevolezza di far bene e con la responsabilità ed il peso di provare ad ottenere una carta olimpica per i Giochi di Tokyo 2020 anche per la squadra femminile. Mi sono concentrato sulla gara di qualificazione».

Cercava delle conferme con la squadra maschile?

«Cercavamo un riscatto perché purtroppo al Mondiale non abbiamo tirato come avremmo potuto. Volevamo delle conferme per capire il nostro livello. Siamo arrivati secondi in Coppa del Mondo, un risultato inaspettato. Tornare poi di nuovo sul podio con il terzo posto della squadra ci ricorda che non siamo lì perché in Italia non esistono altri arcieri ma per il nostro livello che può essere competitivo a livello internazionale. Deve essere uno stimolo perché il prossimo anno ci saranno ancora tre posti in palio per le squadre e nel maschile sono tanti i Paesi che sono rimasti fuori. Come gli Stati Uniti. Non sarà una passeggiata e non dovremo sottovalutare la Coppa del Mondo di Berlino».
A Tokyo disputerà per la quarta volta i Giochi Olimpici. Come è cresciuto in questi anni?
«A Pechino nel 2008 mi sono fatto trascinare dalla grandiosità dell’evento olimpico. Onestamente non sono stato molto padrone di me stesso: i miei compagni di squadra mi hanno dato una grande mano per non perdere completamente la bussola e ci siamo ritrovati con una bellissima medaglia d’argento in finale contro la Corea. Purtroppo, fu un’edizione un po’ sporcata dalla mia ultima freccia e dalla prestazione individuale che doveva rappresentare un riscatto personale e invece fu una mezza debacle».

Londra 2012: qual è il suo primo pensiero?

«Sono arrivato sicuramente con più consapevolezza nei miei mezzi. Avevo più esperienza, conoscevo tutte le caratteristiche della squadra e non c’era più la novità rappresentata dai Giochi olimpici. Ero più orientato al risultato».
Rio de Janeiro fu un’edizione particolare.
«A Rio ero decisamente più stanco dal punto di vista mentale. Era stato un anno impegnativo, abbastanza complicato anche a causa di discussioni e alcune vicissitudini con il tecnico di allora. La squadra venne cambiata a 15 giorni dai Giochi e ci fu la sostituzione di Michele Frangilli con Marco Galliazzo. Arrivai in Brasile molto frastornato. Poi dopo la gara a squadre avvenne una cosa particolare: per la prima volta riuscii a godermi i Giochi. Non avendo più la pressione e allo stesso tempo la responsabilità di gareggiare anche per i miei compagni di squadra apprezzai l’importanza di questo evento mediatico mondiale. Dal pubblico, alle televisioni che ci seguivano, alle conferenze stampa. Decisamente con maggiore serenità per affrontare la gara individuale. E arrivai quinto. In quel preciso momento è iniziato il mio quadriennio che si concluderà a Tokyo».

Che cosa si aspetta dai prossimi Giochi?

«Ci arrivo con un bagaglio di esperienze importanti e un pizzico di voglia in più di divertirmi. Lo ammetto, non ho scelto di tirare con l’arco 22 anni fa con l’unico obiettivo di indossare la maglia della Nazionale o per poter rappresentare il movimento arcieristico italiano. Ho iniziato perché mi piaceva. Una sensazione che avevo un po’ perso negli anni e che ho ritrovato proprio a Rio».
Qual è il suo obiettivo per Tokyo?
«Sicuramente il podio individuale. C’è poi la competizione mixed team e abbiamo dimostrato in più occasioni di essere competitivi: non dimentichiamo che nelle ultime tre gare abbiamo ottenuto due bronzi al campionato del mondo e a Berlino di recente, vincendo un oro ai Giochi Europei. A livello mondiale ci siamo, possiamo giocarcela. Con l’inserimento del mixed team a Tokyo sarebbe per noi la prima volta su tre fronti e il desiderio è di ambire a tre medaglie».

Qual è la sua giornata tipo?

«La sveglia suona alle 7.30 in modo da essere al campo alle 9. Mi alleno fino alle 12, riprendo alle 15 per terminare alle 18. Resto per lo più a Voghera presso le strutture degli arcieri della D.L.F. Voghera, poi mi appoggio ad una azienda di floricoltura di un paese vicino, l’azienda Tagliani. Mi ha messo a disposizione, negli orari di chiusura, una serra da 70 metri dove posso tirare anche in inverno con condizioni di luce perfette e con la distanza olimpica. Essendo tutta di vetro la sensazione è di essere all’esterno ma con una temperatura di 20 gradi. Posso citare anche gli arcieri di Montesegale, nella zona di Pavia».
Durante gli allenamenti esistono anche altre condizioni climatiche?
«Quando mi devo allenare con condizioni di tempo ventose mi reco a Stella San Giovanni, sopra Albissola, dove ci sono gli arcieri della società A.S.D. Arcieri Cinque Stelle: il campo è posto sotto un campo eolico. Come sarà per esempio la Coppa del Mondo di Berlino dove ci giocheremo il pass olimpico per la competizione a squadre, maschile e femminile».

Che cosa ha rinunciato in questi anni per arrivare alle sue vittorie?

«A molto tempo libero… (ride). E a uscire con gli amici, andare in discoteca. In 32 anni non sono mai entrato in una discoteca, non saprei nemmeno dire se mi dispiaccia o meno. La mia vita ruota intorno al calendario internazionale e di conseguenza gli allenamenti vengono organizzati in funzione di questi impegni».
Un tema poco conosciuto è rappresentato dai costi del tiro con l’arco.
«L’arco effettivamente costa, c’è un buon mercato dell’usato perché esistono diversi livelli come accade nel golf. Devo dire che tutte le società forniscono l’attrezzatura durante il corso di avvicinamento che può variare tra 250 e 350 euro a seconda del numero di ore e dalle lezioni. Nello specifico si tratta di un arco di legno per i principianti ma permette di capire se si è portati e soprattutto se può piacere».
Quanto costa un arco completo?
«Un arco olimpico nuovo di livello medio-base che permette di partecipare alle gare e togliersi le prime soddisfazioni costa intorno ai 600 euro. Il materiale ha una vita abbastanza lunga».

Quante frecce vengono tirate quotidianamente?

«Una media di 400-450 frecce al giorno. In qualche allenamento invernale può capitare anche di tirare 650-700 frecce, mentre nei periodi competitivi il numero si aggira intorno alle 200 frecce. Il volume cala ma aumenta in modo sensibile l’intensità dell’esercizio. C’è anche un altro aspetto da considerare”.
Prego.
«Il tiro con l’arco non è il semplice gesto di tirare le frecce ma è una serie di esercitazioni, di equilibrio, con archi più pesanti, più leggeri, con distanze aumentate e bersagli ridotti che rendono l’azione di tiro corretta. La priorità consiste sempre nell’eseguire un gesto tecnico senza errori. Che viene allenato disturbandolo».
Ha molto colpito la sua iniziativa di qualche anno fa, la messa all’asta del suo arco per pagare le cure allo sfortunato Yaron Tal.
«Non voglio prendere tutti i meriti. Non ho potuto conoscere di persona questo ragazzo che faceva parte della nazionale israeliana. Durante una Coppa del Mondo i suoi compagni hanno organizzato una raccolta fondi mettendo in vendita dei braccialetti. Con agli altri miei compagni abbiamo voluto dare il nostro contributo e io ho messo all’asta un arco, un pezzo unico. Purtroppo, non fu sufficiente per raggiungere il vero obiettivo, perché Yaron, poi, mancò».

Ha un modello nello sport?

«Sono un grande fan di Michael Schumacher. Per me rappresenta lo sportivo a 360 gradi. Un esempio a cui mi sono sempre ispirato per la sua grinta durante le gare, la voglia di mettersi in gioco, di iniziare altre sfide dopo l’esperienza con la Ferrari, di essere parte integrante di una squadra. Quello che ho cercato di ricreare con il team con il quale collaboro. In fondo sono quello che tira le frecce, un esecutore, ma con me ci sono un tecnico, Luciano Malovini, una psicologa dello sport, la Dottoressa Valentina Onorato, il metodologo Roberto Finardi che si occupa di distribuire i carichi di lavoro tutto l’anno. C’è una squadra che lavora nell’ombra, come possono essere i meccanici e gli ingegneri a Maranello».

A chi deve molto dei suoi successi? C’è una persona in particolare?

«Sicuramente a mio padre e mia madre che sono stati i primi sponsor di questa attività 22 anni fa che resta costosa. Senza l’Aeronautica Militare, poi, dovrei essere al lavoro in questo momento e non in campo ad allenarmi. In Italia senza il supporto dei gruppi sportivi militari diventa molto complicato fare sport, a eccezione delle discipline più note e blasonate».
Ha citato tanti sport. Manca il calcio. È tifoso?
«È una nota dolente, perché sono interista. Diciamo che sfogo le frustrazioni calcistiche con il tiro con l’arco. Le aspettative sono sempre alte. A ottobre, da interista mi sento sempre campione d’Italia! (ride…). Sono un grande fan di ottobre».