Sul casco ha scritto My way, perché «a modo mio, ma riesco a fare tutto». Vicky Piria, la pilota più mediatica, racconta la sua esperienza in W Series, la competizione femminile più veloce del mondo, e lancia la sua previsione: «Entro cinque anni vedremo una donna in Formula 1».

Intervista di SIMONE STENTI

Era il 15 agosto del 1976 quando la Formula 1 presentò in pista l’ultima donna capace di completare un Gp.
Era l’italiana Lella Lombardi che terminò il Gran Premio d’Austria, tagliando il traguardo dell’Österreichring al dodicesimo posto. In tutta la storia della categoria regina dell’automobilismo le pilote si contano sulle dita di una mano e curiosamente ben tre su cinque sono italiane, tra cui l’ultima in assoluto a sedere su una monoposto: la romana Giovanna Amati, che nel 1992 firmò come seconda guida ufficiale della Brabham. Senza riuscire a qualificarsi nei primi tre gran premi (Sud Africa, Messico, Brasile) dovette però cedere il volante a Damon Hill. Proprio l’Amati, che pure ci è arrivata, si dichiara molto scettica: così com’è strutturata oggi, la Formula 1 non lascia spazio alle donne.

Una posizione definitiva, ma non accettata da Vittoria «Vicky» Piria, milanese, classe ’93, madre inglese e padre italiano, forse la pilota più mediatica del motorismo attuale: «Non posso essere d’accordo. Ho visto donne che hanno bastonato gli uomini. Se fossi stata convinta di avere un gap prestazionale verso un uomo non avrei mai iniziato a correre. Penso semplicemente che sia un discorso di probabilità».

In che senso?

«Se nel mondo dei motori il 98 per cento sono uomini, è statisticamente più difficile per il 2 per cento arrivare. Ti aspetteresti di vedere un sanmarinese in Formula 1?
La proporzione è la stessa, non è questione di genere. Mi sorprenderei se da qui a cinque anni non vedessi una donna in F1. È solo questione di tempo. E di possibilità».

Per possibilità intendiamo investimenti? Nei motori conta di più il talento o la capacità di trovare sponsor o magari essere ricchi di nascita?
«In pochi lo sanno ma anche i piloti di Formula 1 attuali non sarebbero lì se all’inizio non ci avesse pensato il papà o il governo o la Red Bull di turno. Attenzione, non sto dicendo che bastino i soldi. Come in tutti gli sport, ci vuole il talento. Ma se sono Cristiano Ronaldo e sono ancora senza squadra, ho un pallone tra i piedi e posso allenarmi nel campetto sotto casa. Poi qualcuno mi noterà. A noi costa cifre surreali pure allenarci, anche soltanto al simulatore. È uno sport con costi esagerati. Il talento è la prima cosa, però ci sono quelli che vorrebbero allenare le capacità e non possono. Quando sulla griglia la differenza è di uno o due decimi, il team al posto di concentrarsi sui tempi, sceglie le capacità di budget».

vicky piria

Quello che è capitato a te, con uno stop forzato.

«Ho corso a livelli professionistici fino al 2013, ma è un mondo troppo legato a soldi e sponsor e sono arrivata al punto di dover appendere momentaneamente il casco al chiodo fino alle selezioni alle W Series».
Una competizione interessantissima, ma per sole donne. Ce la spieghi?
«Le W Series si fondano su un concetto all’apparenza molto semplice. Si son detti: piuttosto che investire su una singola ragazza, impegniamo le 18 più veloci e facciamole crescere. L’obiettivo è trovare chi ha il full package, il pacchetto completo per competere ai massimi livelli».

Un montepremi di un milione e mezzo di dollari…

… E l’ingresso gratuito per le diciotto concorrenti. Si parlava di soldi. Chi li ha messi?
«Un investitore privato scozzese, appoggiato da David Coultard e dall’ingegnere della progettazione Red Bull, Adrian Newey. Ha fatto investimento personale, le auto non sono nemmeno sponsorizzate, ma è un progetto ad ampio respiro».

Una selezione durissima prima Austria poi Spagna e sei stata selezionata per la competizione. Bel colpo. Ora che si è appena conclusa, puoi farne un consuntivo?
«È una competizione pensata non per segregare le donne, ma per metterle in risalto. Ho avuto l’opportunità di guidare una monoposto professionale al 100 per cento. Sei gare e il mio nono posto finale vale la qualificazione di diritto alla prossima stagione. Spero che in Italia possa avere lo stesso ascolto che quest’anno ha avuto in Inghilterra, dove abbiamo avuto un seguito comparabile alla Formula 1. La cosa davvero unica è che non si sono detti troviamo diciotto ragazze e facciamole correre, ma troviamo le migliori diciotto pilote e mettiamole in condizione di migliorare. Per esempio, condividiamo tutti i dati e le monoposto sono tutte uguali e assegnate per sorteggio».

Hockenheim, Zolder, Misano, Norisring, Assen e Brands Hatch: supercircuiti.

«Pazzeschi. Ne conoscevo solo due su sei: Misano, che è la mia pista di casa, e Hockenheim, che francamente non mi fa impazzire. Abbiamo iniziato proprio in Germania. Qualifiche sul bagnato, non sono andata a punti. Poi Zolder, pista old school, zero via di fuga, quasi senza cordoli e subito l’erba. Clima classico belga e quando pure non piove, ci pensano gli alberi a bordo pista a sgocciolare sull’asfalto. E la chicane Villeneuve, assurda da fare. Arrivo comunque nona e prendo i primi due punti».

vicky piria

È la volta di Misano

«Una pista da moto. Mi ci trovo bene, molto tecnica, superveloce, di ritmo. Quinta».
Poi Noris, il circuito cittadino di Norimberga.
«Un circuito di tre curve. Supertecnico, sfiori i muri in continuazione a 250 chilometri l’ora. Finché sei sul rettilineo non lo senti, anche se i muri non ti lasciano tranquilla, ma l’impressionante della monoposto è la velocità in curva. Ne abbiamo prese anche a 150 l’ora».
Assen, Paesi Bassi.
«Pista fighissima: ritmo e velocità. Ottava, ma potevo puntare al podio se non mi fosse andata a fuoco l’auto in qualifica. Succede. In griglia ero dodicesima, ho recuperato bene».

Infine, la storia.

«Brands Hatch, la più difficile del campionato. Old school e tutte curve cieche. Se non la conosci è difficilissima. Francamente, sono più performante sulle piste veloci, ma il sesto posto mi ha garantito il nono posto assoluto a pari punti con l’ottava, l’inglese Sarah Moore».
Mi hai detto che non la conoscevi, però. Come ti sei preparata?
«Coi video, ma la soluzione migliore è il simulatore. Prima di Assen e Brands Hatch sono andata a Padova al simulatore: al pomeriggio con l’ingegnere ingegnere guardiamo i dati ed è come stare in auto. Arrivi in gara pronto. D’altra parte, se ti danno due sessioni di prove libere con dieci giri non puoi memorizzare il circuito. Perciò devi usare il simulatore e molto pelo».

Come si rapporta Vicky Piria con ingegneri e meccanici?

«Inizialmente li vedo distaccati. Ma io rimango semplicemente me stessa, mi piace parlare di auto, di come si va più veloci, di come si prendono le curve. Quando vedono passione, voglia di far bene, voglia di far squadra, si caricano anche loro. No, non ho mai avuto veri problemi».
Quanto scetticismo hai dovuto superare però per fare quello che fai?
«Sarei ipocrita se dicessi che sono arrivata in un mondo quasi completamente maschile senza aspettarmi un’occhiata o un commento. Alla fine, però ho spento la diffidenza coi risultati e la professionalità».

Un passato nei Kart, nella Formula Renault, nella Formula Abarth e soprattutto nelle GP3 Series e European F3 Open, ora nelle W Series. Quale campionato ti ha dato di più?
«Nell’European F3 Open amavo la Dallara 312 che mi ha regalato la pura gioia. La GP3 mi ha fatto correre a Montecarlo e mi ha avvicinato al sogno con gare di livello prestazionale altissimo. L’Abarth che, giovanissima, dal gioco mi ha catapultata dove le cose si fanno sul serio. Ogni competizione mi ha dato qualcosa di unico».
Gareggiando con gli uomini. E le W Series?
«Quando correvo con i kart, non avevo punti di riferimento. Se una bambina fa nuoto, guarda la Pellegrini e sa dove può arrivare. Io no. Le W Series permettono di sognare alle bambine di oggi».

E tu, sogni ancora la Formula 1?

«La F1 è la mia più grande passione, ma non voglio più fare l’errore che ho fatto in passato. Per molta parte della mia carriera mi sono persa nella speranza di quello che avrebbe potuto essere, nell’attesa del futuro che mi ha distratta dal presente. Sono più matura? Più realista. Poi ci sono così tante altre categorie che vorrei correre, tipo la 24 Ore di Le Mans».
Sul tuo casco c’è “My way”. Qual è il tuo modo?
«È la canzone che ascoltavo con mio papà ed è diventato il mio approccio alle difficoltà. Mi carica per affrontare la curva che non riesco a prendere, il sorpasso che non riesco a fare. Perché alla fine, a modo mio, poi ci riesco».